Difesa, Hormuz e commercio: Modi a Roma rafforza l’asse con l’Italia

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Giorgia Meloni e Narendra Modi (foto governo.it)

La dichiarazione congiunta firmata a Villa Pamphilj impegna i due governi su corridoio economico IMEC, libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, riforma del Consiglio di sicurezza ONU e un interscambio da venti miliardi entro cinque anni, con riunioni annuali e una prossima visita della premier a Nuova Delhi.

Dalla questione irachena al corridoio indo-mediterraneo, passando per lo Stretto di Hormuz e la riforma dell’ONU: la visita di Modi a Roma non è una formalità diplomatica. È un riposizionamento geopolitico che assegna all’Italia un ruolo di raccordo tra Europa, Golfo e subcontinente indiano.

Ventiquattro anni di vuoto colmati

L’ultima missione bilaterale Italia-India a Roma risaliva al 2000. Un quarto di secolo di occasioni mancate che la firma a Villa Pamphilj ha liquidato in una giornata. Giorgia Meloni non usa giri di parole: “questa visita sancisce l’apice di un percorso che in questi anni abbiamo costruito con costanza e determinazione per riannodare i fili del rapporto fino a portarlo al livello più alto di sempre”.

Il livello più alto di sempre si chiama partenariato strategico speciale. Un’intesa in undici settori — dalla difesa all’innovazione, dal commercio alla cultura — con un obiettivo numerico preciso: venti miliardi di euro di interscambio entro il 2029. Oggi il volume è ben al di sotto di quella soglia; il traguardo è dichiaratamente ambizioso, ma Meloni lo definisce “alla portata”. Nel 2027 è già fissato il lancio dell’Anno della cultura e del turismo Italia-India, prima scadenza concreta di un calendario che prevede riunioni annuali tra i due governi e una visita della premier a Nuova Delhi.

I 39 punti della dichiarazione congiunta non si esauriscono nell’economia. Modi e Meloni hanno ribadito l’impegno comune sul Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa — il cosiddetto IMEC — chiedendo che la prima riunione ministeriale del formato adotti misure concrete entro il 2026. È una partita geopolitica di prima grandezza: il corridoio attraversa il Golfo Persico, risale via Arabia Saudita e Giordania fino ai porti del Mediterraneo orientale, e assegna all’Italia — con Trieste e Genova sullo sfondo — una posizione di sbocco naturale verso l’Europa. Che Roma e Nuova Delhi ne parlino insieme, in un documento ufficiale, segnala una convergenza di interessi che va ben oltre il commercio bilaterale.

Hormuz, ONU e la bussola comune

Il bilaterale ha affrontato anche i dossier più caldi del momento. Sul conflitto in Iran e sulla chiusura dello Stretto di Hormuz, Meloni è esplicita: “l’auspicio comune è che il negoziato di pace possa andare avanti, trovare una conclusione positiva in un contesto che sappiamo essere precario: entrambi lavoriamo al ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”. Una posizione che avvicina Italia e India sulle rotte energetiche del Golfo, dove entrambi i paesi hanno interessi diretti — l’Italia come importatore di idrocarburi, l’India come potenza commerciale con proiezione sull’Oceano Indiano.

Sul fronte del multilateralismo, la dichiarazione congiunta sottolinea “l’urgente necessità di riformare le Nazioni Unite per renderle più rappresentative e adatte alle realtà odierne”. È una formula diplomatica, ma non banale: l’India è da anni candidata a un seggio permanente al Consiglio di sicurezza ONU e cerca sponde tra i paesi del G7. L’Italia, che storicamente ha posizioni più caute sulla riforma del Consiglio, sceglie di associarsi alla richiesta. I due leader hanno anche sottolineato la necessità di cooperare in seno al G20 “per proteggere il multilateralismo e sostenere un ordine internazionale basato sulle regole”: una formula che, nel contesto attuale, suona come risposta implicita alle spinte unilateraliste di Washington e Pechino.

Le aziende al tavolo di lavoro

Dopo la firma della dichiarazione congiunta e i sette accordi intergovernativi, la giornata si è chiusa con un pranzo di lavoro al quale hanno partecipato i vertici di alcune delle principali aziende italiane con interessi nel subcontinente. Presenti Alberto Tripi di Almaviva, Fabrizio Di Amato di Maire, Pierroberto Folgiero di Fincantieri, Stefano Antonio Donnarumma di Ferrovie dello Stato, Lorenzo Mariani di Leonardo e Maria Chiara Zaganelli del CREA. Un elenco che copre difesa, infrastrutture ferroviarie, cantieristica navale, tecnologia e ricerca agroalimentare: esattamente i settori che la dichiarazione congiunta individua come prioritari.

La presenza di Leonardo e Fincantieri non è casuale. L’India ha in corso uno dei più ambiziosi programmi di modernizzazione delle forze armate del mondo, con appalti miliardari nel settore navale e aeronautico aperti anche ai fornitori europei. Il principio del “Make in India” — la politica di Modi che privilegia la produzione locale in joint venture con partner stranieri — rende l’accesso al mercato indiano più complesso ma anche più stabile nel lungo periodo. Il pranzo di Villa Pamphilj serve a ricordare alle aziende che la cornice politica è ora la più favorevole degli ultimi decenni.

La visita era iniziata la sera prima, con una cena a Casina Valadier sul Pincio e un tour notturno del Colosseo — sotterranei compresi — con Meloni a fare da guida. I social avevano fatto il resto: il selfie al Colosseo e il reel con le caramelle “Melody” portate da Modi come omaggio al soprannome “Melodi” — crasi dei cognomi dei due leader — hanno macinato record di interazioni, trainati dai cento milioni di follower del premier indiano su X e Instagram. La diplomazia e la comunicazione digitale marciano insieme, in questa fase. Il punto è che, stavolta, dietro la scenografia c’è anche una sostanza.