Iran e Usa verso l’intesa: la “Dichiarazione di Islamabad” ridisegna gli equilibri mediorientali

Il memorandum d’intesa tra Washington e Teheran, annunciato dal Pakistan, prevede cessate il fuoco prolungato, riapertura dello stretto e avvio di nuovi negoziati sul nucleare nelle prossime settimane.

Donald Trump e Mojtaba Khamenei

Donald Trump e Mojtaba Khamenei

Un alto funzionario statunitense ha informato i giornalisti che l’accordo con l’Iran sarà firmato “nei prossimi giorni”, precisando che la guida suprema Mojtaba Khamenei ha dato “un’approvazione generale” ai termini.

L’avvertenza rimane in campo: “nulla è fatto finché non è fatto”. Il documento oggetto di discussione – un memorandum d’intesa ribattezzato “Dichiarazione di Islamabad” – contempla tre elementi portanti: sessanta giorni di cessate il fuoco, la piena riapertura dello Stretto di Hormuz e l’avvio di un ciclo di negoziati definitivi sul programma nucleare iraniano.

Lo Stretto resterebbe libero da tariffe e restrizioni alla navigazione commerciale per l’intera durata del periodo transitorio, con l’impegno esplicito di Teheran a rimuovere eventuali mine già collocate nel tratto marittimo per garantire la libertà di passaggio delle navi. La cornice diplomatica è quella di un negoziato a più livelli, con il Pakistan nel ruolo di sponsor formale dell’intesa e una serie di contatti regionali che Trump ha promosso nelle ultime settimane per consolidare il quadro.

Lo smaltimento dell’uranio, nodo centrale

Secondo le fonti citate da Axios e dal canale israeliano 12, gli iraniani hanno fornito assicurazioni – verbali e scritte – che qualsiasi accordo definitivo includerà lo “smaltimento” di tutto l’uranio arricchito, sia ad alti che a bassi livelli di arricchimento. Non è stato specificato con quali modalità le scorte saranno eliminate: se attraverso il trasferimento in un paese terzo, la diluizione o altre procedure tecniche concordate con le agenzie internazionali. Il punto è cruciale.

L’esperienza dell’accordo del 2015 – il JCPOA – ha mostrato che le riserve di uranio arricchito costituiscono la variabile più sensibile di qualsiasi architettura negoziale sul nucleare iraniano: la loro entità, la loro collocazione e le garanzie sul loro futuro sono elementi che incidono direttamente sui tempi di breakout, cioè sul periodo minimo necessario a Teheran per produrre materiale sufficiente a un’arma.

Teheran si è impegnata inoltre a sospendere l’arricchimento per un periodo ancora da negoziare. La vaghezza su questo punto – né la durata né le soglie tecniche sono state rese note – lascia aperto uno spazio di trattativa che il prossimo ciclo di colloqui, previsto per il 5 giugno, dovrà necessariamente colmare.

Khamenei jr., il nodo della legittimità interna

Una fonte iraniana di alto livello ha dichiarato a Reuters che, se il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale approverà il memorandum, questo sarà trasmesso alla guida suprema Mojtaba Khamenei per l’approvazione finale. La procedura è quella ordinaria, ma il contesto non lo è. Nessuna registrazione verificata di Khamenei è circolata da quando è stato nominato guida suprema all’inizio di marzo, e alcune fonti suggeriscono che sia rimasto gravemente ferito nell’attentato israelo-americano del 28 febbraio, lo stesso che ha ucciso il padre ottantaseienne.

La questione non è secondaria: la capacità del nuovo vertice di ratificare un accordo percepito internamente come concessivo – sulla sovranità nucleare, sulla libertà di navigazione nello Stretto, sull’arricchimento – dipende dal grado di autorità che Khamenei jr. è in grado di esercitare in questa fase di transizione. Il regime iraniano ha storicamente gestito i negoziati con l’Occidente attraverso una dialettica interna complessa, con la Guida suprema come arbitro finale ma non come unico attore in campo. Che quella dialettica possa funzionare in condizioni di incertezza al vertice è una delle variabili che Washington non può controllare dall’esterno.

Rubio a Nuova Delhi, Netanyahu su X

Il segretario di Stato americano Marco Rubio, intervenuto da Nuova Delhi a margine di una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri indiano, ha lasciato intendere che nel corso della giornata potrebbero esserci ulteriori dichiarazioni sull’Iran, confermando “progressi significativi”. Ha ribadito la posizione di Washington: “L’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare. Il presidente è stato chiaro al riguardo”.

La scelta del palcoscenico non è casuale: Nuova Delhi è uno dei principali acquirenti di petrolio iraniano e una delle capitali che ha guardato con maggiore preoccupazione all’escalation nel Golfo, per le ricadute dirette sulle proprie forniture energetiche. Rubio ha inoltre condannato come illegali le minacce iraniane di distruggere navi nello Stretto, sollevando un argomento di diritto internazionale che Washington vuole tenere sul tavolo anche in fase di negoziato: “Quello che stanno facendo è minacciare di distruggere navi commerciali su una via navigabile internazionale.

Se permettessimo che ciò diventasse normale, normalizzeremmo uno status quo inaccettabile e creeremmo un pericoloso precedente”. Sul fronte israeliano, Netanyahu ha pubblicato su X di aver discusso con Trump del memorandum d’intesa, precisando che i due leader “hanno concordato che qualsiasi accordo definitivo debba eliminare il pericolo nucleare”.

Il premier israeliano ha poi specificato i termini minimi accettabili per Gerusalemme: smantellamento dei siti di arricchimento e rimozione del materiale nucleare dal territorio iraniano. La formulazione è più stringente di quella circolata nelle indiscrezioni americane, e non è chiaro se Trump abbia fornito garanzie esplicite su questi punti o se Netanyahu stia semplicemente registrando la propria posizione in attesa di verificarne la tenuta.

Il premier ha aggiunto che il presidente americano ha ribadito “il diritto di Israele a difendersi dalle minacce su tutti i fronti, compreso il Libano”: un’aggiunta che suona come una clausola di salvaguardia, destinata a rassicurare l’opinione pubblica israeliana in una fase in cui qualsiasi accordo con Teheran viene percepito da larga parte della destra come una concessione strategica.

Forze Usa restano nella regione

Le forze militari statunitensi precedentemente schierate in Medio Oriente durante l’escalation del conflitto con l’Iran resteranno nella regione per altri sessanta giorni. Solo la firma di un accordo definitivo ne determinerà il ritiro, secondo quanto riportato da Axios. La presenza militare americana funziona quindi da leva negoziale nella fase transitoria: è insieme una garanzia per gli alleati regionali e uno strumento di pressione su Teheran, che sa di trattare con una controparte che mantiene la capacità di intervento in teatro.

Trump, in un’intervista telefonica con ABC News, ha escluso soluzioni al ribasso: “Che si raggiunga o meno un accordo dipende totalmente da me. Io non faccio cattivi accordi”. La formula, tipica del registro presidenziale di Trump, serve anche a gestire le attese interne: l’accordo dovrà poter essere presentato all’elettorato americano come una vittoria, non come un compromesso.

Il prossimo ciclo di colloqui tra Washington e Teheran potrebbe tenersi il 5 giugno, con le due delegazioni guidate dai rispettivi capi. Quel round sarà il primo banco di prova per verificare se il memorandum d’intesa regge alla prova della negoziazione definitiva o se le distanze sui punti tecnici – arricchimento, scorte, ispezioni – sono ancora tali da mettere a rischio l’intera architettura costruita nelle ultime settimane.