Legge elettorale, la maggioranza trova l’accordo sul voto ai fuorisede. Resta nodo preferenze
Le prossime elezioni politiche vedranno l’esordio del voto per gli elettori fuorisede nel comune di domicilio per motivi di studio, lavoro o cura, grazie all’accordo raggiunto dai partiti di centrodestra a quattro giorni dall’approdo alla Camera della riforma elettorale Bignami. L’intesa, definita tecnica e politica su una materia storicamente complessa, permette ai cittadini distanti dal comune di residenza di esercitare il diritto di voto senza l’obbligo di rientrare nei territori di origine. L’annuncio del provvedimento è arrivato congiuntamente dai responsabili giovanili della coalizione di governo: Fabio Roscani per Fratelli d’Italia, Luca Toccalini per la Lega, Simone Leoni per Forza Italia e Maria Chiara Fazio per Noi Moderati.
Se l’accordo sui fuorisede scioglie uno dei nodi del testo uscito dalla Commissione, la trattativa interna alla maggioranza si blocca sull’introduzione delle preferenze, sostenuta direttamente dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Fratelli d’Italia preme per inserire la facoltà di scelta dei candidati, ma si scontra con il freno di Lega e Forza Italia, legati al mantenimento del testo di compromesso già varato. Gli esperti della coalizione rimangono al lavoro per formulare un emendamento unitario prima della scadenza dei termini per la presentazione delle modifiche, fissata per lunedì alle ore 13.
Il nodo delle liste bloccate
“Il centrodestra fino ad oggi non si è mai diviso in nessuna votazione che c’è stata alla Camera dei Deputati o al Senato e non ho motivo di credere che finirà diversamente questa volta”, ha dichiarato Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, definendosi ottimista sulla possibilità di raggiungere un accordo dell’ultimo minuto tra gli sherpa dei partiti.
La posizione ufficiale del partito di via della Scrofa prevede la difesa del listino bloccato per il premio di maggioranza, ma introduce capilista bloccati e due o tre preferenze con alternanza di genere nei collegi plurinominali. La necessità di modificare l’impianto attuale risponde anche ai rilievi di dubbia costituzionalità sollevati sulla scorta delle passate sentenze della Corte Costituzionale in materia elettorale. La Consulta, in particolare nel pronunciamento sull’Italicum, ha chiarito che le liste rigide non violano la Carta in via di principio, ma possono diventarlo in base alla lunghezza delle liste stesse e alla percentuale di seggi assegnati senza preferenza.
Le resistenze della Lega
“Incaponirsi sulle preferenze non ha senso, gli italiani non le vogliono e lo hanno detto con il referendum degli anni Novanta”, ha replicato Riccardo Molinari, capogruppo dei deputati della Lega alla Camera, ridimensionando le aperture attribuite nelle ore precedenti al segretario federale Matteo Salvini.
Molinari ha precisato che la legge elettorale non costituisce una priorità per il Carroccio, essendo nata da un’esigenza specifica di Fratelli d’Italia, e che la Lega ha già accettato rinunce per giungere al testo condiviso in Commissione. Nello scenario di un mancato accordo entro lunedì, Forza Italia dà per scontato che il partito della premier procederà da solo al deposito dell’emendamento in aula, assumendosi la paternità politica della proposta. Tra le ipotesi tecniche avanzate per mediare con gli azzurri era emerso il modello belga delle liste flessibili, dove il candidato che supera un determinato quoziente scavalca il capolista, ma i tecnici della maggioranza lo hanno accantonato per l’eccessiva complessità applicativa.
Lo scudo del voto segreto
Il confronto parlamentare della prossima settimana si preannuncia teso anche per i timori legati ai franchi tiratori e alle manovre trasversali tra gli schieramenti, dal momento che molti deputati in carica sono stati eletti proprio tramite liste bloccate. Fonti parlamentari riferiscono di contatti informali già avviati da esponenti del centrodestra con settori dell’opposizione per dissuaderli dalla strategia, inizialmente discussa nel campo largo, di abbandonare l’aula per rendere evidenti le fratture della maggioranza. L’obiettivo dei pontieri è spingere il centrosinistra a rimanere in aula per fare muro contro le preferenze, sfruttando la garanzia dello scrutinio segreto durante le votazioni cruciali.
Il regolamento della Camera dei Deputati, all’articolo 51, stabilisce che la votazione per scrutinio segreto può essere richiesta formalmente da trenta deputati o da uno o più presidenti di gruppo di pari consistenza numerica. Mentre Fratelli d’Italia sfida apertamente le minoranze a un voto palese, l’eurodeputato Roberto Vannacci ha invitato la premier a chiedere agli alleati di coalizione di non ricorrere alle urne segrete, esplicitando le preoccupazioni sulla tenuta dei numeri del governo.
La revisione del voto estero
I partiti di maggioranza si apprestano a depositare anche un ulteriore emendamento relativo alla ridefinizione delle circoscrizioni per il voto degli italiani all’estero, volto a correggere le distorsioni del sistema istituzionale. Secondo i tecnici della coalizione, il taglio del numero dei parlamentari ha generato un effetto fortemente maggioritario che altera la natura proporzionale originaria della rappresentanza dei cittadini residenti fuori dai confini nazionali.
Il dibattito interno vede contrapposte due soluzioni geometriche: la proposta di Fratelli d’Italia mira a ridurre le attuali quattro circoscrizioni della Camera e del Senato a due aree per la Camera (Europa ed extra-Europa) e a una sola per il Senato, mentre altre componenti della maggioranza spingono per l’istituzione di una circoscrizione unica nazionale per entrambi i rami del Parlamento. Non sono ancora stati resi noti i dettagli su quale dei due modelli raccoglierà il consenso definitivo prima dell’approdo della riforma nell’aula di Montecitorio.
