Meloni esulta su Venezia: il centrodestra respinge l’assalto del campo largo. Pd frena l’entusiasmo, Conte tace

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni

Simone Venturini vince Venezia. Lo fa al primo turno, con un margine che rende il risultato politicamente inequivocabile. Era la città più attesa, quella su cui l’opposizione aveva concentrato energie e leadership – da Schlein a Conte, tutti i volti del campo progressista si erano presentati in laguna nelle settimane precedenti il voto, in un dispiegamento di forze che aveva pochi precedenti per un’elezione comunale.

Il ribaltone non c’è stato. Per Giorgia Meloni, un’iniezione di fiducia nel momento in cui la narrativa dello “sfaldamento” del centrodestra sembrava guadagnare terreno, alimentata dalla lettura – rivelatasi precipitosa – del voto referendario sulla separazione delle carriere.

La presidente del Consiglio affida la sua lettura a un post sui social, tagliente nel tono: “E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”. Poco prima aveva seguito lo scrutinio in tempo reale, e alla vittoria di Venturini aveva reagito con una parola sola – “miracolo” – riferita dal senatore di FdI Raffaele Speranzon.

La scelta del termine non è casuale: riflette la consapevolezza che Venezia, dopo undici anni di centrodestra e le tensioni dell’ultimo mandato, non era una vittoria scontata. Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo del partito, chiude ogni spazio di reinterpretazione: “Vento cambiato? I loro sogni si infrangono con la realtà dei fatti”. E ancora: “Eravamo sereni, determinati e tranquilli anche prima di questo voto e proseguiremo così”.

Venezia e il peso del simbolo

La città lagunare non era un comune qualunque in questa tornata. Dopo undici anni di governo del centrodestra e un secondo mandato difficile per Luigi Brugnaro – concluso tra polemiche sull’urbanistica e sull’autonomia della cultura, con il caso Venezi e le tensioni attorno alla Biennale – le condizioni sembravano mature per un cambio di rotta.

La convinzione che fosse possibile strappare Venezia alla destra si era diffusa nelle settimane precedenti, alimentata dalla lettura del voto referendario come segnale di debolezza del governo Meloni. La tesi, elaborata con insistenza nei circoli progressisti, era che il risultato del 12 e 13 aprile avesse rivelato una frattura tra il paese reale e la maggioranza parlamentare: un’energia latente, pronta a tradursi in voto amministrativo.

Andrea Martella, candidato del Pd, chiude il primo turno sotto il 40%. Il centrodestra è in grande vantaggio. La vittoria al primo turno, se confermata dallo scrutinio definitivo, azzera quella lettura e costringe il campo progressista a una revisione dei propri strumenti di analisi.

Non è solo una sconfitta elettorale: è la verifica empirica che il consenso espresso in un referendum abrogativo – per definizione un voto di natura differente, più facilmente aggregabile su un singolo tema – non si trasferisce automaticamente su candidature di coalizione in un contesto urbano complesso.

Dentro il campo progressista, la linea ufficiale è di contenimento. Igor Taruffi, responsabile Organizzazione della segreteria Schlein, ammette che ci sono “risultati che non lasciano del tutto soddisfatti”, ma insiste: “I conti si fanno dopo il ballottaggio”. Elly Schlein sposta il fuoco su Toscana ed Emilia-Romagna, dove il centrosinistra tiene o avanza.

Francesco Boccia è più esplicito nell’inquadrare il dato veneziano come “dinamiche locali”, e avverte: “Avendo strappato Pistoia alla destra, avendo vinto al primo turno anche a Prato, Mantova e Andria con numeri importanti, non è che diciamo che le elezioni politiche cambieranno corso. Sono elezioni amministrative”. Semmai, aggiunge rivolgendosi alle dichiarazioni di Meloni, “il dato è che lei sta governando male. Poi se pensa di avere vinto – buon per lei”.

Il quadro a macchia di leopardo

Al netto di Venezia, la tornata restituisce un mosaico disomogeneo, che si presta a letture opposte a seconda del punto di osservazione. In Toscana il centrosinistra registra i risultati più netti. A Prato, Matteo Biffoni torna sindaco per la terza volta, riconquistando la città dopo i guai giudiziari che avevano travolto la sua successora Ilaria Buggetti, dimessasi a seguito di un’inchiesta: un ritorno che ha il sapore del ripristino di un equilibrio perduto.

A Pistoia, Giovanni Capecchi espugna al primo turno un comune che era stato terreno avverso. Ad Arezzo si andrà al ballottaggio, con il centrosinistra in posizione competitiva. Buone notizie arrivano anche da Mantova, Andria – con la riconferma di Giovanna Bruno – e Vicenza, dove vince Andrea Munari. A Imola, Marco Panieri viene riconfermato. A Enna vince Vladimiro Crisafulli.

Chieti presenta un caso interessante: Giovanni Legnini manca di un soffio la vittoria al primo turno, in una città che storicamente non è terreno facile per il centrosinistra. Ad Avellino, Nello Pizza potrebbe incassare la vittoria senza secondo turno. Si tratta, in entrambi i casi, di segnali che la Schlein cita per sostenere la tesi di un campo progressista “competitivo” quando unito.

La questione, però, è che l’unità del campo – il cosiddetto “campo largo” – produce risultati asimmetrici: tiene nei centri medi di tradizione rossa o in contesti dove il candidato è forte a prescindere dalla coalizione; fatica, o fallisce, nelle grandi città dove la competizione è più aspra e le dinamiche locali più complesse.

Il caso Salerno e la solitudine di De Luca

Il caso più anomalo della tornata è Salerno. Vincenzo De Luca diventa sindaco per la quinta volta, eletto al primo turno senza il sostegno del Pd e con M5S e Alleanza Verdi e Sinistra schierati su un candidato alternativo. Una vittoria che è, per definizione, personale: il prodotto di un radicamento territoriale costruito in decenni, che prescinde dall’appartenenza di coalizione e dai rapporti – tesi da tempo – tra il presidente della Regione Campania e la segreteria nazionale del Pd.

Il dato di Salerno è, in questo senso, un punto cieco nell’analisi del campo largo: dimostra che certi consensi locali sono impermeabili alle geometrie romane, ma non dice nulla sulla tenuta della coalizione come progetto politico nazionale.

La frammentazione del voto campano – con De Luca che vince da solo, il M5S su un’altra traiettoria, il Pd in posizione subalterna – è il ritratto fedele di una coalizione che, al di fuori delle narrazioni congressuali, resta un aggregato di forze con storie, culture politiche ed elettorati spesso non comunicanti. Taverna lo ammette implicitamente quando descrive i risultati come “in chiaroscuro”. Non è una metafora: è una diagnosi.

Conte tace, Renzi aspetta i ballottaggi

Giuseppe Conte non si espone. Il Movimento 5 Stelle affida la lettura a Paola Taverna, vicepresidente vicaria, che descrive “risultati in chiaroscuro” e ribadisce che “questo voto, essendo a carattere locale, va interpretato in base alle condizioni e ai risultati di ogni singola realtà comunale”. L’invito è esplicito: non proiettare il dato comunale sul dibattito nazionale. Il silenzio di Conte è, in questo contesto, una scelta deliberata.

Il leader del Movimento attraversa una fase di ridefinizione del proprio profilo politico – tra la pressione interna sulla leadership e la necessità di trovare una collocazione riconoscibile nel campo progressista – e una tornata amministrativa dai risultati ambivalenti non offre appigli utili per nessuna delle narrazioni disponibili.

Matteo Renzi rimanda il bilancio ai ballottaggi, pur avendo dichiarato pochi giorni prima che il voto di Venezia avrebbe dato il segno della tornata. “Peccato per Venezia”, dice ora, “la partita più importante, dove si conferma l’amministrazione di destra”. La correzione di rotta è evidente, anche se presentata senza ammissioni esplicite.

Il dato complessivo, secondo Renzi, è ancora aperto: il centrosinistra ha recuperato Pistoia e forse Agrigento, ha perso Reggio Calabria, e tra quindici giorni i ballottaggi ridisegneranno la mappa. È una lettura tecnicamente corretta: i ballottaggi sono, storicamente, il momento in cui i rapporti di forza tra le coalizioni si consolidano o si invertono. Ma rinviare il giudizio è anche un modo per sospendere la resa dei conti su una serata che non ha portato le notizie attese.

Dentro il Pd: il freno all’entusiasmo

Dentro il Pd, nessuno apre discussioni formali. La disciplina di partito regge, almeno in superficie. Ma nelle chat dell’area riformista circola un ragionamento sobrio, che vale come autocritica sommessa: “Nessun dramma, ma un insegnamento: il risultato delle politiche non è scontato, è bene smorzare qualche entusiasmo di troppo che si era diffuso dopo il referendum”. Il messaggio è implicito ma preciso. La proiezione automatica del consenso referendario sulle urne politiche del 2026 era un errore di lettura – o, peggio, un’illusione coltivata consapevolmente per alimentare la narrazione di un centrodestra in declino strutturale.

Il referendum sulla separazione delle carriere aveva portato al voto segmenti dell’elettorato normalmente astensionista, mobilitati da un tema concreto e percepito come cruciale. Quel voto non si trasferisce su un candidato sindaco, non si aggrega attorno a una coalizione eterogenea, non produce automaticamente un’identità politica condivisa. Venezia lo ha dimostrato con chiarezza.

Taruffi, nonostante tutto, insiste: “Il risultato complessivo conferma che il centrosinistra è in campo per vincere le elezioni il prossimo anno. I conti si faranno alla fine, dopo il ballottaggio. E si vedrà che siamo avanti sia come numero di comuni vinti che come voti complessivi”. Può essere. Ma il campo largo, per vincere le politiche, dovrà fare qualcosa che finora non ha saputo fare: tenere insieme le sue diverse anime anche nelle città dove la competizione è dura e i candidati non bastano a surrogare l’assenza di un progetto unitario riconoscibile.