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L'editoriale del direttore

Il garantismo a targhe alterne della sinistra e la sentenza di piazza su Fakir

Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre 2026 1:46
Gaetano Mineo
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La morte di Abderrahim Fakir è un fatto drammatico che esige una sola risposta legittima: un’indagine rigorosa, imparziale e libera da ogni preconcetto. La verità scientifica e processuale non si improvvisa nelle piazze né si fabbrica a colpi di dichiarazioni politiche; si ricostruisce faticosamente nelle aule giudiziarie attraverso perizie, rilievi tecnici, testimonianze e riscontri oggettivi. Eppure, puntuale come un riflesso condizionato, il copione di una parte della sinistra si è già impresso prima ancora che gli inquirenti potessero completare i primi accertamenti.

Prima che la dinamica dei fatti fosse chiara, un’intera area politica e culturale aveva già individuato il proprio colpevole ideale nello Stato, nelle forze dell’ordine e nel governo. La manifestazione di Bologna, formalmente convocata sotto l’insegna della ricerca di verità e giustizia, si è così tramutata in poche ore nell’ennesimo atto d’accusa sommario contro chi indossa una divisa, come se il verdetto fosse già stato scritto. Pretendere chiarezza sull’operato delle forze di polizia è un dovere sacrosanto in uno Stato di diritto, ma confondere la legittima richiesta di trasparenza con l’assegnazione preventiva di una colpa svela una profonda debolezza culturale.

Siamo di fronte a un garantismo a targhe alterne. Il principio della presunzione d’innocenza o è universale o semplicemente non esiste. Non può valere soltanto per il politico, il magistrato o il manifestante, per poi essere sistematicamente sospeso non appena sotto i riflettori finiscono poliziotti o carabinieri. Per questi ultimi, nel lessico della sinistra, la divisa sembra diventare automaticamente un indizio di colpevolezza.

Formule come “Non si può morire quando si è nelle mani dello Stato”, pronunciate da compagni di peso mentre l’inchiesta è ancora ai primi passi, non rappresentano un contributo alla giustizia, ma una vera e propria sentenza anticipata. Suggeriscono l’idea che ogni decesso avvenuto durante un intervento di polizia sia per definizione frutto di una violenza istituzionale, proiettando un’ombra ingiustificata sugli agenti ben prima che un magistrato abbia potuto valutare i fatti.

Questo approccio finisce per danneggiare gli stessi principi che si dice di voler difendere. La verità costruita sull’emotività o sulla convenienza ideologica diventa una verità di parte, e uno Stato democratico non può permettersi di celebrare i processi nelle piazze anziché nelle sedi competenti. Se le indagini faranno emergere responsabilità individuali, queste dovranno essere accertate e punite con il massimo rigore previsto dalla legge, perché nessuno invoca impunità per chi sbaglia. Tuttavia, la credibilità del garantismo si misura proprio nella capacità di tutelare le regole del gioco sempre, e non soltanto quando si adattano alla propria narrazione politica.

La morte di Abderrahim Fakir merita rispetto e risposte certe, non strumentalizzazioni né verdetti affrettati. Usare il dolore e la tragedia per alimentare una narrazione che condanna prima ancora di aver giudicato non serve a fare luce sui fatti: serve soltanto a trasformare una richiesta di giustizia nell’ennesimo attacco ideologico contro le istituzioni.

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