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Sigfrido Ranucci

La vicenda Ranucci pone una questione semplice: il metodo. Non quello delle sue inchieste, ma quello che applica a se stesso. Ranucci non è indagato per l’attentato di cui è stato vittima e questo va detto con chiarezza. Ma l’inchiesta giudiziaria non cancella le domande sul suo comportamento professionale, sui rapporti con le fonti e sulle contraddizioni emerse nelle ultime settimane.

Il caso Lavitola è il punto più delicato. Frequentare una persona controversa non è una colpa. Ma se esistono scambi di informazioni e documenti interni alla Rai, il problema diventa professionale: quali erano i rapporti tra fonte, interlocutore e giornalista? E quali cautele furono adottate? Rispondere che Lavitola era conosciuto da molti direttori non risolve la questione. Il “lo fanno tutti” non è una categoria del giornalismo d’inchiesta.

Poi c’è La scelta. Il libro viene presentato come un autoritratto e racconta relazioni con donne collegate, in vario modo, al lavoro giornalistico. Oggi Ranucci sostiene che alcuni episodi siano stati “romanzati” e nega di avere avuto rapporti con stagiste. Anche qui la questione non è il gossip. È la credibilità. Se un giornalista racconta un fatto come vero e poi lo definisce romanzato quando quel racconto diventa scomodo, è legittimo chiedere quale sia la versione corretta.

Resta infine il tema del vittimismo. Campagne di discredito, “piani globali”, pressioni politiche, massoneria: accuse e allusioni che, per un giornalista, dovrebbero essere accompagnate da fatti e prove. Altrimenti restano soltanto suggestioni. Ancora più fuori misura appare il richiamo a Falcone e Borsellino. Il paragone con due magistrati assassinati dalla mafia non rafforza una posizione: rischia di banalizzare una storia che appartiene alla memoria dello Stato.

Ranucci ha diritto di difendersi e di denunciare eventuali attacchi. Ma non può pretendere per sé una regola diversa da quella che applica agli altri. Per anni ha chiesto a politici, imprenditori e istituzioni trasparenza, documenti e risposte. Oggi quelle stesse domande sono rivolte a lui. Non è un complotto. È il contraddittorio.

Ed è proprio dal contraddittorio che dovrebbe cominciare ogni giornalismo serio.