Maldini accusa Malagò: “Ha cambiato i patti, per questo ho lasciato la Nazionale”

L’ex dirigente racconta al Corriere la rottura con il presidente federale: il ruolo tecnico doveva avere autonomia nella scelta del commissario tecnico. La divergenza è emersa sul nome di Andrea Pirlo.

Paolo Maldini

Paolo Maldini

Paolo Maldini ricostruisce al Corriere della Sera la breve esperienza da direttore tecnico della Nazionale e attribuisce a Giovanni Malagò la responsabilità della rottura: “I patti sono stati rivisti; di conseguenza l’unica cosa da fare era dimettersi”. L’accordo quadriennale non è mai partito: Maldini ha rinunciato a firmare il contratto che sarebbe entrato in vigore il primo agosto, dopo aver giudicato venute meno le condizioni di fiducia necessarie per lavorare.

L’incarico nato a Pasqua

Malagò aveva contattato Maldini a Pasqua, prospettandogli la possibilità di diventare presidente della Figc e chiedendogli di entrare nella squadra. L’ex capitano del Milan aveva dato la propria disponibilità. Il contatto si era poi interrotto fino al giorno precedente alle elezioni, quando Malagò lo aveva richiamato: “Domani si vota, ci sono buone possibilità, ti vorrei a bordo”.

Dopo l’elezione, la proposta era diventata quella di affidare a Maldini la presidenza del Club Italia. Il progetto, però, aveva ambizioni più ampie della sola Nazionale. “Non si trattava solo di rilanciare la Nazionale. C’era da rifondare il calcio italiano”, racconta Maldini.

In questo disegno era entrato anche Leonardo, legato a Maldini da un rapporto di amicizia e da una comune idea di calcio. I due avevano individuato nella direzione tecnica uno strumento per modificare l’organizzazione della Nazionale. Era una struttura nuova: fino a quel momento il commissario tecnico aveva fatto riferimento direttamente al presidente federale.

Il nodo della scelta tecnica

La questione decisiva riguardava proprio l’autonomia della nuova struttura. Maldini sostiene di aver chiesto a Malagò, prima di accettare l’incarico, chi avrebbe scelto il commissario tecnico. La risposta, secondo il suo racconto, era stata chiara: “L’allenatore lo decidete voi, e io lo avallo”.

Su questa base Maldini e Leonardo avevano iniziato a costruire il progetto tecnico. L’idea non era limitata alla sostituzione dell’allenatore, ma puntava a modificare il modo di formare i giovani calciatori italiani. “La nostra idea era legata alla tecnica. Al gioco offensivo. A un cambiamento”, spiega Maldini.

Il progetto prevedeva una maggiore attenzione alla tecnica individuale, all’uno contro uno e alla mentalità offensiva, riducendo quella che Maldini considera un’eccessiva esasperazione tattica nella formazione dei ragazzi. Per la panchina della Nazionale erano stati individuati tre nomi: Andrea Pirlo, Daniele De Rossi e Fabio Grosso. Tutti e tre campioni del mondo.

La scelta, però, si è ristretta per ragioni politiche e federali. Secondo Maldini, Malagò aveva spiegato che gli accordi alla base della sua elezione — sostenuta da tutti i club tranne la Lazio, nel racconto dell’ex dirigente — impedivano di intervenire sugli allenatori delle squadre di Serie A. De Rossi e Grosso, quindi, sarebbero stati esclusi perché impegnati nei rispettivi club.

La telefonata che ha cambiato l’intesa

Il passaggio decisivo, secondo Maldini, è arrivato sulla candidatura di Pirlo. L’ex dirigente racconta di aver ricevuto, insieme a Leonardo, una telefonata da Malagò: “Secondo me Pirlo non si può più prendere. Da oggi l’allenatore lo decido io. Da oggi cambiano le regole: io decido il ct e voi avallate”.

Per Maldini quel cambio di competenze rendeva impossibile proseguire. La sua obiezione non riguarda soltanto il nome dell’allenatore, ma il principio sul quale era stata costruita la nuova direzione tecnica: “Se ho una mansione, se ho una responsabilità, e intendo esercitarle, questo è un discorso inaccettabile”.

Maldini e Leonardo si sono presi 24 ore e hanno quindi presentato le dimissioni, prima ancora dell’avvio formale del contratto. “Non so se questo è essere intransigente e presuntuoso. Io sono abituato in un’altra maniera”, afferma Maldini. La sua decisione nasce, soprattutto, dalla convinzione che il rapporto fiduciario fosse ormai compromesso.

Un progetto oltre la panchina

La rottura non ha cancellato, nel racconto di Maldini, l’ambizione originaria del progetto. L’obiettivo era intervenire sulla struttura del calcio italiano e sulla formazione dei giocatori, con effetti che avrebbero dovuto prodursi nel medio e lungo periodo.

Maldini parla di un incarico che nei giorni successivi alla nomina era diventato per lui “quasi un sogno”: lavorare per le generazioni future e costruire “un’Italia competitiva”. È questo, più della mancata permanenza nell’organigramma federale, il punto sul quale insiste nel bilancio della vicenda.

Il riferimento scelto è Johan Cruijff e la trasformazione del calcio spagnolo. Maldini racconta di aver discusso a lungo con Pep Guardiola dell’impatto avuto dall’olandese sul movimento calcistico spagnolo. “Per due anni fu combattuto da tutti. Ma se oggi la Spagna crea talenti, è grazie alle indicazioni di Cruijff”.

Il paragone, precisa Maldini, non vuole accostare il proprio progetto a quello di Cruijff. Il punto è il metodo: una trasformazione tecnica richiede tempo, produce resistenze e può incidere sull’identità di un intero movimento. “La strada era quella. Difficile, lunga; ma avrebbe cambiato l’identità del calcio italiano”.

La fiducia venuta meno

Il bilancio personale di Maldini resta quindi legato alla brusca interruzione del progetto. “Ho un cruccio che mi porterò dentro”, ammette, spiegando di aver trovato molte persone disponibili a lavorare alla riforma della Nazionale e del sistema tecnico.

La critica a Malagò resta però il centro della ricostruzione. “C’era un rapporto basato sulla fiducia. Se fai una scelta poi la devi difendere”, sostiene Maldini. Nella sua versione, il problema non è stato dunque il mancato accordo su un singolo allenatore, ma la modifica delle condizioni alle quali aveva accettato di assumere l’incarico.

La vicenda si è così chiusa prima ancora che il contratto quadriennale diventasse operativo. Maldini non ha indicato un ripensamento sulla scelta di rinunciare: senza autonomia sulla responsabilità tecnica, sostiene, non avrebbe potuto esercitare il ruolo per cui era stato chiamato.

Resta il progetto che non ha avuto il tempo di misurarsi sul campo. Per Maldini avrebbe richiesto anni e una diversa impostazione della formazione dei giovani. “È un peccato. Un vero peccato”, conclude.