Il Quirinale ricorda De Gasperi a Parigi, ottant’anni dopo il discorso che riabilitò l’Italia

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Alcide De Gasperi

Gianfranco Astori, consigliere del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e già direttore dell’agenzia Asca, firma sul “Corriere della Sera” un intervento sul discorso che Alcide De Gasperi pronunciò alla Conferenza di Pace di Parigi il 10 agosto 1946, nell’ottantesimo anniversario dell’intervento.

Astori apre il proprio testo citando la frase con cui lo statista trentino si rivolse ai delegati delle potenze vincitrici: “vi chiedo di dare respiro e credito alla Repubblica d’Italia. Un popolo lavoratore di 47 milioni è pronto ad associare la sua opera alla vostra per creare un mondo più giusto e più umano”. Una frase che, pur restando “fra le meno citate” del discorso, rientra secondo l’autore tra gli interventi “destinati ad incidere nella coscienza dei popoli”.

Il significato delle singole parole

Astori analizza il lessico scelto da De Gasperi, parola per parola. “Repubblica” indica la “cosa di tutti”, la forma di Stato proclamata meno di due mesi prima del discorso. “Popolo lavoratore” si contrappone alla retorica della “grande proletaria” usata dal fascismo per giustificare le imprese coloniali e accompagnata dal divieto di emigrazione stabile per gli italiani. L’invito ad associarsi per “un mondo più giusto e più umano” viene letto da Astori come vocazione espressa dalla Repubblica fin dalla Costituzione, in un contesto che le potenze vincitrici, con la sola eccezione di un’apertura statunitense, non erano allora disposte ad assecondare.

Il consigliere del Quirinale accosta la portata del discorso del politico triestino ad altri due interventi chiave della diplomazia del Novecento: quello di Franklin D. Roosevelt sulle quattro libertà, pronunciato nel 1941, e quello di Winston Churchill a Fulton sulla “cortina di ferro”. Un accostamento che colloca l’intervento di De Gasperi tra i testi fondativi dell’ordine internazionale del dopoguerra.

L’accoglienza gelida a Parigi

Astori ricorda che il discorso fu “accolto in un clima gelido” nei confronti di un Paese che, nella logica delle potenze vincitrici, era “intervenuto vigliaccamente nel conflitto colpendo chi si trovava già a terra dopo l’aggressione nazista”.

Ciononostante l’intervento venne poi citato come esempio di “eloquio asciutto, austero, pieno di dignità”, a partire dall’incipit in cui De Gasperi rivendicava di parlare come “italiano” e di sentire “la responsabilità e il diritto di parlare come democratico antifascista, come rappresentante della nuova Repubblica” rivolta “verso quella pace duratura e ricostruttiva che voi cercate e verso quella cooperazione fra i popoli che avete il compito di stabilire”.

Un’Italia senza il cappello in mano

Secondo Astori, “l’Italia di De Gasperi non si presentava con il cappello in mano”: l’ambizione dello statista era “fare ripartire l’Italia, ridarle un ruolo nel nuovo mondo che si affacciava”. A fronte di un trattato di pace definito “estremamente duro”, Astori individua un compenso nell’ingresso dell’Italia, “sia pure vestita con il saio del penitente”, nelle Nazioni Unite. Su quella prospettiva, scrive, “occorreva allora non demordere, non arrendersi, e costruire, mattone su mattone, la nuova credibilità internazionale del Paese”.

Il legame con la politica estera attuale

Astori conclude l’intervento collegando l’eredità di De Gasperi alla politica estera italiana contemporanea. Con l’abbandono della “retorica dei vuoti ultimatum, del fatto compiuto, del complotto internazionale contro la nazione”, la Repubblica avrebbe imboccato una strada diversa, che l’ha “completamente riabilitata” facendole assumere “un ruolo nel contesto globale”.

Il riferimento è alla “costituzione materiale” richiamata dallo stesso Mattarella all’ultima Conferenza degli ambasciatori d’Italia: un impianto che, scrive Astori citando il capo dello Stato, “ha guidato senza discontinuità il nostro Paese nello scenario internazionale, basandosi su pace, dialogo, multilateralismo, europeismo, legame atlantico”.