Lavitola in carcere per l’attentato a Ranucci: il gip indica il movente politico
L’ex editore de L’Avanti è accusato di aver commissionato l’esplosione contro le auto e l’abitazione del conduttore di Report. Secondo l’ordinanza, voleva accrescerne la popolarità e favorirne l’ingresso nella politica.
Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci
Arrestato Valter Lavitola. I carabinieri hanno portato in carcere l’imprenditore ed ex giornalista-editore nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sull’attentato dinamitardo dell’ottobre scorso a Campo Ascolano, tra Pomezia e Torvajanica. Il gip Iole Moricca lo indica come il presunto mandante dell’azione contro Sigfrido Ranucci e individua nel rapporto personale con il giornalista e nei suoi progetti politici il movente contestato.
L’ordinanza di custodia cautelare attribuisce all’imprenditore ed ex editore de L’Avanti un ruolo diretto nella progettazione dell’attentato. L’esplosione colpì le due automobili della famiglia Ranucci parcheggiate davanti all’abitazione, ma, secondo la ricostruzione del giudice, fu concepita in modo da non mettere realmente in pericolo il giornalista e i suoi familiari.
Un piano costruito sul rapporto personale
Per il gip, l’elemento centrale dell’indagine è il rapporto stretto tra Lavitola e Ranucci. I due si sarebbero incontrati il 7 settembre 2025 e, secondo l’ordinanza, in quell’occasione il giornalista avrebbe riferito all’imprenditore della consueta presenza delle due automobili davanti al cancello di casa. Quelle stesse vetture furono poi danneggiate dall’esplosione.
Il giudice considera inoltre “certo” che Lavitola conoscesse le abitudini di vita dell’amico e del suo nucleo familiare. Da questa conoscenza, secondo la ricostruzione contenuta nelle 198 pagine del provvedimento, sarebbe derivata la possibilità di indicare agli esecutori i bersagli e di stabilire modalità dell’azione compatibili con un obiettivo preciso: provocare paura e clamore senza colpire fisicamente Ranucci.
La scelta dell’esplosivo, sostiene il gip, non sarebbe quindi stata lasciata alla discrezionalità degli esecutori materiali. L’ordigno avrebbe dovuto rendere evidente la potenzialità letale dell’azione e indirizzare inizialmente le indagini verso una matrice mafiosa, mentre la vittima sarebbe rimasta illesa.
La doppia finalità attribuita all’imprenditore
Il movente individuato dal giudice si sviluppa su due piani collegati. Da una parte, l’attentato avrebbe dovuto apparire come una ritorsione contro il giornalista per le sue inchieste; dall’altra, avrebbe dovuto produrre una reazione pubblica capace di accrescerne la notorietà.
“L’attentato a Sigfrido Ranucci è stato commissionato da Lavitola esclusivamente per accrescere la popolarità del giornalista e accelerare i suoi progetti in ambito politico”, scrive il gip nell’ordinanza. Secondo la ricostruzione giudiziaria, Lavitola avrebbe ipotizzato per Ranucci un futuro politico e, in quello scenario, avrebbe puntato a ritagliarsi a sua volta un ruolo.
Il giudice considera dunque l’azione un progetto costruito attorno a un paradosso investigativo: intimidire senza ferire. L’episodio avrebbe dovuto essere percepito dalla vittima e dall’opinione pubblica come un attentato di stampo mafioso, mentre l’autore intellettuale avrebbe perseguito, secondo l’accusa, un risultato opposto rispetto alla violenza effettivamente apparente: proteggere Ranucci e rafforzarne la posizione pubblica.
I messaggi sul telefono di Lavitola
A sostenere questa ricostruzione sono soprattutto, secondo il gip, i messaggi rinvenuti sul telefono dell’imprenditore. Il provvedimento descrive Lavitola come una persona che si sarebbe proposta di sostenere Ranucci nei momenti di difficoltà professionale e che, dopo i successi televisivi, avrebbe assunto nei suoi confronti un atteggiamento di forte ammirazione.
Uno dei messaggi risalirebbe al 29 luglio 2024, in una fase indicata nell’ordinanza come professionalmente difficile per Ranucci: “Sarebbe il momento di andarsene”. Il riferimento, secondo il giudice, sarebbe stato alla possibilità di lasciare l’attività giornalistica.
Più esplicito sarebbe stato un altro messaggio del 26 giugno 2025: “In ogni caso, credo che ti sia chiaro che ogni attacco che ti fanno serve a farti crescere ulteriormente, cerca di cogliere, altrimenti rischi la salute”. Per il gip, questi scambi contribuiscono a delineare il rapporto personale e l’interesse di Lavitola verso il futuro professionale e politico del conduttore.
L’ipotesi di un ruolo nella politica
L’ordinanza lega quindi la relazione personale all’ipotesi di un ingresso di Ranucci nella politica. Secondo il giudice, Lavitola avrebbe coltivato l’idea di convincere il giornalista a compiere questo passaggio e avrebbe immaginato per sé un ruolo nel nuovo scenario.
La ricostruzione giudiziaria attribuisce perciò all’attentato una finalità diversa da quella che avrebbe dovuto apparire all’esterno. La messinscena dell’intimidazione mafiosa sarebbe servita a creare consenso attorno alla vittima, facendo apparire Ranucci come bersaglio di una ritorsione per il suo lavoro giornalistico. “È certo che l’atto avrebbe dovuto indurre la vittima a ritenere che si trattasse di un atto intimidatorio di stampo mafioso”, scrive il gip, collegando questa modalità alla volontà di accrescere la popolarità del giornalista.
Nella stessa logica, secondo il provvedimento, Lavitola avrebbe cercato di evitare che gli esecutori potessero collegare direttamente l’azione al mandante. La meticolosità della pianificazione, osserva il giudice, avrebbe avuto anche la funzione di ridurre il rischio di un coinvolgimento dell’imprenditore nel caso in cui gli autori materiali fossero stati identificati.
Il presunto intermediario e gli esecutori
In carcere, insieme a Lavitola, è stato disposto anche il fermo cautelare del presunto intermediario Gomes Clesio Tavares. L’ordinanza attribuisce a Lavitola la decisione sulle caratteristiche dell’azione e considera Tavares parte della catena attraverso cui il progetto sarebbe arrivato agli esecutori materiali.
Il gip ritiene che l’imprenditore non si sia limitato a commissionare genericamente un atto intimidatorio, ma abbia stabilito anche il mezzo da utilizzare e i suoi effetti. L’esplosivo avrebbe dovuto garantire un impatto sufficiente a simulare un attacco con potenzialità omicida, ma senza compromettere l’incolumità di Ranucci e della sua famiglia.
La Procura dovrà ora sostenere questa ricostruzione nel prosieguo dell’indagine e nel confronto con le contestazioni della difesa. L’arresto e le valutazioni contenute nell’ordinanza cautelare riguardano infatti una fase investigativa e non equivalgono a una condanna definitiva.
La difesa di Ranucci e il nodo delle reazioni
Ranucci, nell’inchiesta, è indicato come vittima e non risulta indagato. Il suo legale Roberto De Vita ha sottolineato proprio questo elemento, sostenendo che l’arresto confermi la gravità dell’azione subita dal giornalista.
“L’arresto di Walter Lavitola conferma la gravità e la complessità dell’attentato subito da Sigfrido Ranucci, di cui sarà fondamentale comprendere movente e contesto di maturazione”, ha dichiarato De Vita. L’avvocato ha aggiunto che, mentre l’autorità giudiziaria considera Ranucci la vittima, alcuni attacchi politici e giornalistici avrebbero utilizzato l’episodio per colpire Report e il giornalismo d’inchiesta.
Il punto giudiziario, però, resta ora circoscritto alla ricostruzione contenuta nell’ordinanza: verificare se Lavitola abbia effettivamente ideato e commissionato l’attentato, quale sia stato il ruolo degli altri indagati e se il movente politico individuato dal gip trovi piena conferma negli ulteriori elementi raccolti dalla Procura.
