Ex Ilva, i giudici non concedono la sospensiva: altiforni fermi entro ottobre. Meloni: verrà riconvocato tavolo
Il tribunale d’Appello di Milano mantiene in vigore lo stop disposto a luglio per amianto e polveri sottili. La decisione arriva mentre il governo attende le offerte per lo stabilimento e resta aperto il fronte dei posti di lavoro.
La Corte d’Appello civile di Milano ha confermato lo stop all’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, respingendo l’istanza di sospensiva presentata da Acciaierie d’Italia e Ilva spa in amministrazione straordinaria. Cokerie e altoforni dovranno quindi interrompere l’attività entro il 28 ottobre, secondo il provvedimento adottato a fine luglio dalla Sezione specializzata in materia d’impresa.
Il collegio, presieduto da Lorenzo Orsenigo e composto dalle consigliere Alessandra Arceri e Beatrice Siccardi, ha esaminato soltanto la richiesta cautelare. Il merito del precedente provvedimento resta affidato al giudizio della Cassazione, davanti alla quale le società hanno già presentato ricorso.
Il premier Giorgia Meloni ha evidenziato le difficoltà di gestione del dossier, precisando che il governo sta lavorando “con il materiale che abbiamo e con decisioni che non dipendono da noi”. Nonostante la situazione complessa, la premier ha assicurato che l’esecutivo farà “del nostro meglio” per gestire la crisi.
Per trovare una soluzione, verrà riaperto a breve il confronto istituzionale: “C’era un tavolo già aperto che verrà riconvocato, presumo, immediatamente per andare avanti a capire”. Meloni ha infine rimarcato la priorità del caso nelle agende del governo, definendolo come “uno dei file sui quali stiamo spendendo il maggior numero di ore”.
Il bilanciamento sulla salute
Acciaierie d’Italia e Ilva avevano sostenuto che lo spegnimento dell’area a caldo avrebbe prodotto un danno grave e irreparabile sul piano economico. Secondo la loro ricostruzione, il fermo avrebbe comportato di fatto la distruzione della capacità produttiva dello stabilimento, con il rischio di migliaia di licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione.
Le società avevano inoltre richiamato le risorse pubbliche investite negli anni per mantenere la continuità produttiva e tutelare l’occupazione, sostenendo che lo stop avrebbe compromesso la politica industriale del governo.
La Corte d’Appello ha però contrapposto a questo rischio quello relativo alla salute dei cittadini di Taranto che hanno promosso l’azione giudiziaria. I giudici hanno richiamato il principio secondo cui, nel conflitto tra attività d’impresa e tutela della salute e dei limiti di tollerabilità delle emissioni, deve prevalere quest’ultima.
La decisione richiama anche la modifica dell’articolo 41, secondo comma, della Costituzione, che stabilisce che l’iniziativa economica privata non può svolgersi arrecando danno alla salute o all’ambiente.
Amianto e polveri sottili
Il provvedimento di luglio era nato dall’azione avviata nel 2021 da 11 cittadini dell’associazione Genitori Tarantini. I giudici avevano disposto il blocco dell’area a caldo fino alla rimozione integrale dell’amianto presente negli impianti e all’adozione delle misure necessarie per riportare le emissioni di polveri sottili entro livelli considerati sicuri.
Nella decisione ora confermata, i giudici avevano valorizzato l’aumento dei casi di morte e di ospedalizzazione nell’area vicina allo stabilimento rispetto a zone anche poco distanti. Secondo il provvedimento, il semplice rispetto dei valori limite di emissione non sarebbe sufficiente a escludere i rischi per la salute.
La questione riguarda anche l’amianto. Nello stabilimento ne resterebbero oltre 2.000 tonnellate e l’Autorizzazione integrata ambientale del 2025 non contiene una prescrizione specifica sulla sua rimozione. Il provvedimento giudiziario richiama, su questo punto, anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea sui casi in cui esistano pericoli gravi e rilevanti per l’ambiente e la salute umana.
Quanto alle emissioni, i giudici hanno contestato alle Aia succedutesi dal 2011, compresa quella del 2025, di non avere considerato tutte le sostanze inquinanti provenienti dagli impianti. Da qui il riferimento a un sistema di proroghe ritenuto incompatibile con quanto stabilito dalla Corte di Giustizia Ue.
Il ricorso in Cassazione
Acciaierie d’Italia e Ilva hanno già impugnato il provvedimento davanti alla Cassazione. I tempi del giudizio, però, difficilmente consentiranno una decisione prima della scadenza dei 90 giorni fissata per lo stop.
La Corte d’Appello, nel respingere la sospensiva, ha precisato di non dover riesaminare in questa fase le ragioni di merito del decreto di luglio. Il collegio ha dovuto valutare esclusivamente l’esistenza di un danno grave e irreparabile che giustificasse la sospensione immediata dell’ordine.
Il risultato mantiene quindi intatto il termine del 28 ottobre per l’interruzione dell’area a caldo.
Le offerte per lo stabilimento
La decisione giudiziaria arriva mentre il governo deve definire il futuro industriale dell’ex Ilva. Una cordata composta da 15 imprese siderurgiche italiane e coordinata da Federacciai ha manifestato interesse per l’impianto, ma senza l’area a caldo.
Jindal, invece, ha presentato un’offerta vincolante comprendente sia l’area a freddo sia quella a caldo. Restano inoltre da verificare le intenzioni di Flacks Group e del gruppo ceco CE Industries, che hanno manifestato interesse per lo stabilimento.
Il nodo giudiziario incide dunque direttamente sulle condizioni alle quali gli investitori possono valutare l’acquisizione. La conferma dello stop rende necessario considerare un futuro produttivo nel quale l’area a caldo non potrà operare alle condizioni attuali, salvo gli sviluppi dei successivi procedimenti giudiziari e delle decisioni industriali.
Il fronte occupazionale
Sul piano sociale, nei giorni scorsi erano stati congelati i 2.500 licenziamenti collettivi annunciati da 28 aziende dell’appalto e dell’indotto collegato al siderurgico. Il provvedimento era arrivato dopo la decisione giudiziaria di fine luglio.
Fim, Fiom e Uilm chiedono ora al governo di intervenire. In una nota congiunta, i tre sindacati hanno sostenuto che la conferma del blocco impone una risposta alle richieste contenute nel piano nazionale straordinario per la messa in sicurezza sociale e il rilancio dell’ex Ilva, chiedendo la convocazione immediata del tavolo permanente a Palazzo Chigi.
I sindacati hanno inoltre avvertito che non accetteranno un piano fondato su anni di cassa integrazione e licenziamenti. La richiesta è quella di un blocco dei licenziamenti e di misure capaci di proteggere i lavoratori coinvolti.
La scadenza del 28 ottobre concentra così tre questioni: l’esecuzione del provvedimento sull’area a caldo, il giudizio ancora pendente in Cassazione e la soluzione industriale e occupazionale che il governo dovrà costruire per lo stabilimento di Taranto.
