Cinquant’anni dopo la chiamata da Mosca, Giannini arriva a Cuba e trova un paese “sofferente” senza luce

Al Taormina Film Festival l’attore premiato spiega il ritardo storico che lo ha portato sull’isola solo per girare “Baracoa”. Il film scritto da Ascione, scomparso pochi mesi fa, mette a confronto un medico cubano, un figlio estraneo e un generale italiano interpretato dal veterano attore.

Giancarlo Giannini

Giancarlo Giannini

Il Taormina Film Festival ha ospitato la presentazione di “Baracoa”, opera prima di Luis Ernesto Donas, fuori concorso. Giancarlo Giannini, protagonista e volto noto del cinema italiano, vi interpreta Felipe: un generale italiano, rivoluzionario trapiantato a Cuba. Accanto a lui, due star locali: Carlos Luis Gonzalez e Yadier Fernandez.

Il film, scritto da Filippo Ascione scomparso pochi mesi fa, mette in scena tre figure in tensione. Felipe non ha mai costruito un rapporto con il figlio. Un medico lo cura. La Cuba che cambia, instabile e mutevole, fa da sfondo e da antagonista. Donas, presente in sala, ha parlato di “viaggio nell’anima mutevole dell’isola”. Nessuna retorica rivoluzionaria: solo relazioni interrotte e attese.

Il peso di mezzo secolo

Giannini ha raccontato, a margine della proiezione, un curioso contrappunto temporale. “La prima volta che mi chiamarono per andare a Cuba fu per un film che giravo a Mosca, un film russo, ma ti sto parlando di più di 50 anni fa. Io non so perché non ho avuto il tempo di andare, ho detto beh mi dispiace”. L’occasione persa allora diventa oggi materia narrativa. A distanza di cinque decenni, l’attore è tornato e ha scoperto “una terra straordinaria dove adesso è molto sofferente, così mi dicono”.

Sofferenza concreta: “Lì mancava spesso l’elettricità due o tre giorni tutta l’isola, non so per quali motivi… non lo so”. L’attore non indulge in analisi geopolitiche. Registra il dato, lo lascia sospeso. Il cortocircuito è evidente: il generale italiano in esilio recita su un’isola che arranca, mentre il premio alla carriera ricevuto a Taormina si affianca all’omaggio per Lina Wertmuller con il documentario “Un viaggio per incontrare Mimì”.

Un film, due assenze

“Baracoa” gioca su tre piani narrativi. Il rapporto mancato con il figlio. La distanza tra il medico cubano e il paziente europeo. La trasformazione forzata dell’ambiente cubano, dove i personaggi mutano perché il paese muta. Donas non offre soluzioni. Mostra crepe. La sceneggiatura di Ascione, ultima sua opera, evita il melodramma e sceglie il tono asciutto della cronaca esistenziale.

Giannini, dal canto suo, incassa il premio alla carriera come un punto fermo in una traiettoria iniziata decenni fa. Il documentario su Wertmuller, proiettato nella stessa rassegna, riannoda il filo con la sua committente storica. Ma è “Baracoa” a segnare il vero ritorno: un uomo che poteva girare a Cuba mezzo secolo fa e non lo fece, oggi vi recita il ruolo di un altro che ha scelto l’esilio e ha sbagliato la paternità.

Doppio scarto, doppia assenza. Il film non celebra nulla. Osserva. E nella sua osservazione, consegna allo spettatore un’isola senza corrente e un attore che, finalmente arrivato, racconta solo quello che manca.