Crisanti scettico sui contagi: i numeri non tornano

Crisanti scettico sui contagi: i numeri non tornano
Andrea Crisanti
11 ottobre 2021

I dati odierni del ministero della Salute sull’emergenza coronavirus, confermano un trend epidemico in calo. Il numero dei nuovi casi evidenzia un’ulteriore flessione e si attesta a meno di 2.000 unità. I decessi restano sostanzialmente stabili. Ma secondo Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di Microbiologia molecolare dell’università di Padova, i conti sul rapporto tra nuovi positivi e decessi non tornano. “Oggi in Italia – spiega il microbiologo – abbiamo 30-40 decessi al giorno e un numero ridicolo di infezioni: evidentemente c’è una discrepanza ingiustificabile perché in tutti gli altri Paesi d’Europa e del mondo c’è un rapporto di uno a 1.000 rispetto ai numeri dei casi e dei decessi, quindi dovremmo avere anche noi un numero molto più alto di contagi”.

Ciò significa che, continua Crisanti, “Si può avere la tendenza a pensare che con un numero basso di casi sia tutto finito invece così non è”. “In genere – conclude – bisogna prendere il numero di decessi, dividerlo per due e moltiplicarlo per 1.000, quindi avendo tra i 30 e 40 decessi avremmo tra i 15mila e i 20 mila contagiati in Italia”. Tornando al bollettino odierno, sono 1.516 i nuovi casi di Covid-19 (ieri 2.278) e 34 le persone decedute (ieri 27). Dall’inizio dell’epidemia sono almeno 4.701.832 le persone che hanno contratto il virus Sars-CoV-2, mentre da febbraio 2020 il totale delle vittime è pari a 131.335. Compresi quelli molecolari e gli antigenici, i tamponi totali sono stati 114.776, ovvero 155.268 in meno rispetto ai 270.044 di ieri.

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Sale all’1,3% il tasso di positività, che ieri era pari a 0,8%. Gli attuali positivi sono in tutto 84.106, pari a -702 rispetto a ieri (-494 il giorno prima). Per quanto riguarda il sistema sanitario si registra un aumento delle degenze in ogni area. Sono +37 (ieri -41) i posti letto occupati nei reparti Covid ordinari, per un totale di 2.688 ricoverati. Sono, invece, +10 (ieri -3) i posti letto occupati in terapia intensiva. Il totale dei malati più gravi è ora pari a 374, facendo registrare 18 ingressi in rianimazione (ieri 13).

 

Già prima dell’arrivo dei vaccini contro il Covid, il rispetto delle limitazioni relative a distanziamento fisico, contingentamento ingressi e uso delle mascherine rendevano “molto bassa la probabilità di contagio airbone”, ovvero tramite le particelle di virus sospese nell’aria. A dirlo è uno studio condotto dagli Istituti di Scienze dell’atmosfera e del clima e di Scienze polari del Cnr, l’Università Ca’ Foscari di Venezia e Istituto Zooprofilattico sperimentale della Puglia e della Basilicata, pubblicato sulla rivista scientifica ‘Environmental science and pollution research’. L’analisi ha riguardato la concentrazione delle particelle virali nell’aria in diversi ambienti operativi anche durante le restrizioni.

“La presenza del virus nei campioni di aerosol è stata verificata raccogliendo particolato atmosferico, Pm10 e polveri totali sospese, e determinando la presenza del materiale genetico (Rna) del Sars-CoV-2 con tecniche avanzate di laboratorio”, spiega Daniele Contini dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Isac) di Lecce. Ebbene, “tutti i campioni raccolti sono risultati negativi e non sono state osservate differenze relative a orari di apertura, presenza di persone e chiusura degli ambienti. Questo significa che il virus è assente o in concentrazione inferiore alla rilevabilità e conferma come, con le limitazioni osservate, la probabilità di contagio airborne appare molto bassa”.

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I risultati ottenuti dallo studio “sono compatibili con i risultati delle simulazioni svolte tenendo conto della situazione epidemiologica nelle diverse aree di studio e che ha evidenziato il ruolo importante della ventilazione negli ambienti indoor e dell’utilizzo delle mascherine nel ridurre i rischi di trasmissione in aria del virus”, aggiunge Franco Belosi, Cnr-Isac. “Un rischio maggiore potrebbe infatti verificarsi in ambienti indoor ventilati più scarsamente, dove le goccioline respiratorie possono rimanere in sospensione per tempi più lunghi e depositarsi sulle superfici, incrementando la possibilità di contaminazione per contatto indiretto (mediato dalle superfici) rispetto al contatto diretto tra gli individui”, conferma Andrea Gambaro docente Università Ca’ Foscari Venezia.

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