Dieci anni senza Alda Merini, “pazza della porta accanto”

Dieci anni senza Alda Merini, “pazza della porta accanto”
Alda Merini
31 ottobre 2019

Dieci anni fa, il primo novembre 2009, se ne andava Alda Merini, una delle poetesse e scrittrici piu’ prolifiche e conosciute del panorama letterario moderno italiano. Deceduta per un tumore osseo all’Ospedale San Paolo di Milano, durante la sua vita la poetessa pubblico’ oltre 50 opere, di cui ‘La Terra Santa’ (1984) rimane una delle piu’ conosciute. Cio’ che pero’ caratterizza gran parte della produzione poetica di Merini sta nel connubio tra la diagnosi di bipolarismo e la rappresentazione letteraria di questo disturbo. Alla luce della sua condizione, la vita di Alda Merini fu travagliata e segnata dalla terribile esperienza del manicomio, che lei tuttavia defini’ “il grande poema di amore e di morte”.

I temi della follia, dell’epifania e dei fantasmi erano spesso ricorrenti nelle sue poesie. Ne ‘La Terra Santa’ Merini scrive: “Il manicomio e’ una grande cassa di risonanza/ E il delirio diventa eco,/ l’anonimato misura,/ il manicomio e’ il monte Sinai,/ maledetto, su cui tu ricevi/ le tavole di una legge/ agli uomini sconosciuta”. In piu’ occasioni, Merini affronto’ la propria sofferenza psichica, definendola “ombre della mente” con cui imparo’ a convivere. In un’intervista rilasciata a la Repubblica nel 2008, Merini disse: “Il dolore della malattia mentale e’ qualcosa che ti urla dentro e non riesce a uscire. Il dolore che ti avvolge in manicomio a volte e’ solo un pretesto per una condanna piu’ grande, una calunnia del destino, o forse un castigo di Dio. Sono convinta che dal dolore possa nascere una grande passione per l’Aldila’. Si vorrebbe morire, pero’ al tempo stesso si ha la speranza di vivere”.

Molte delle pubblicazioni della poetessa affrontano proprio il silenzio ingombrante e assoluto del manicomio, a cui si alternano le grida degli altri pazienti legati al proprio letto. Alla luce del proprio potenziale creativo, il manicomio e’ il luogo del paradosso, in cui dominano liricita’ e abbandono. In un certo senso, la poesia e’ stata dunque per Merini una forma di resistenza e sopravvivenza rispetto alla condizione che l’aveva avviluppata. Alda Merini diceva infatti che “la pazzia e’ solo un’altra forma di normalita’ che puo’ generare poesia, quella degli spiriti tempestosi, avvolti dal vortice del loro genio creativo che attinge linfa vitale dal delirio”. Nel 1955, Alda Merini pubblico’ per l’appunto un’opera intitolata ‘La pazza della porta accanto’, soprannome con cui venne in seguito ricordata da molti colleghi scrittori. In appendice al libro si trova una conversazione dell’editore con la poetessa, dal titolo ‘La polvere che fa volare’, in cui Merini racconta un’esistenza sofferta, ma piena al tempo stesso.

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La stessa composizione dell’opera, che in piu’ punti alterna prosa e poesia, suggerisce un modo di pensare non lineare, come quello condiviso dalla stessa Merini. In queste pagine, le “ombre della mente” di Alda Merini si trasformano in passaggi lirici: “La follia e’ una delle cose piu’ sacre che esistono sulla terra. E’ un percorso di dolore purificatore, una sofferenza come quintessenza della logica. La follia deve esistere per se stessa, perche’ i folli vogliono che esista. Noi la chiamiamo follia, altri la definiscono malattia”. Quella con l’internamento fu una relazione complessa. Impostole all’inizio e accettato passivamente, divenne nel tempo una scelta dell’autrice stessa, per quanto la separazione da amici e parenti non divento’ mai piu’ facile. Durante le lunghe convalescenze, Merini riusci’ pero’ a sublimare la follia, che a detta sua “merita i suoi applausi”. “L’esperienza puo’ insegnare a camminare sul filo del rasoio e a vivere sempre in pericolo di cadere, ma non si puo’ usare la pazzia con uno scopo. Il delirio da’ alla luce figure, visioni, realta’ sommerse. La follia e’ un capitale enorme, estremamente prolifico, pero’ lo puo’ amministrare solo un poeta”.

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