Il confronto a distanza tra Meloni e Trump scuote l’asse atlantico nel vertice di Erevan

Dal vertice di Erevan, la capitale armena, la premier respinge le accuse di inaffidabilità mosse dal presidente Usa, rivendicando il valore delle missioni italiane.

Donald Trump e Giorgia Meloni

Donald Trump e Giorgia Meloni

Al Karen Demirchyan Complex di Erevan, l’ombra di Donald Trump sovrasta i lavori della Comunità politica europea. Quello che il presidente francese Emmanuel Macron definisce “l’elefante nella stanza” si materializza nelle tensioni tra il Vecchio Continente e la nuova postura isolazionista di Washington. Giorgia Meloni giunge nella capitale armena gravata dalla minaccia statunitense di ritirare i soldati dalle basi italiane, ma con una carta diplomatica da giocare.

Venerdì alle 11.30, a Palazzo Chigi, incontrerà il segretario di Stato Marco Rubio. La conferma, filtrata inizialmente con un prudente “Penso di sì”., è stata poi ratificata dai canali ufficiali del governo. Il colloquio romano seguirà i confronti di Rubio con il Pontefice e i ministri Tajani e Crosetto, segnando un passaggio cruciale per ricucire lo strappo atlantico.

La difesa del contributo militare italiano

La premier non accetta l’accusa di essere stata “di alcun aiuto”. Nel punto stampa che precede la partenza per Baku, Meloni rivendica i sacrifici compiuti in Afghanistan e Iraq. Sono teatri in cui l’Italia ha operato “anche quando non erano in gioco i nostri interessi diretti”., ricorda con fermezza.

La replica alle critiche americane è netta: alcune affermazioni sono considerate “non corrette”., specialmente perché nessuno, in sede Nato, ha mai formalizzato richieste di sostegno specifiche. Il possibile ritiro delle truppe Usa dall’Europa è una scelta che la presidente del Consiglio dichiara di non condividere. Tuttavia, il realismo politico impone di prendere atto di un disimpegno statunitense discusso da tempo, fattore che obbliga l’Europa a rafforzare la propria capacità di sicurezza autonoma.

Sicurezza energetica e crisi dei vicinati

Il dinamismo diplomatico si sposta poi verso la prevenzione. Meloni esorta i partner a passare “dalla capacità di reagire alla capacità di anticipare”., collegando la gestione dei flussi migratori alla tenuta delle democrazie e dell’energia. La critica, nemmeno troppo velata, colpisce anche il formato voluto da Macron, reo di guardare troppo ai Paesi affini e poco al “vicinato geografico”.

Il Mediterraneo resta la priorità tattica, una visione che trova riscontro immediato nel volo verso Baku. L’incontro con il presidente azerbaigiano Ilham Alyiev mira a trasformare la collaborazione energetica in un “coordinamento politico permanente”, blindando le forniture di gas e petrolio in una fase di estrema instabilità mediorientale dopo il conflitto in Iran.

L’intesa con Berna sui feriti

A margine del summit, un successo di natura bilaterale chiude il cerchio degli impegni della giornata. Il caso diplomatico con la Svizzera, nato dall’invio delle fatture ospedaliere ai feriti italiani del rogo di Crans Montana, trova una risoluzione politica. Il colloquio con il presidente elvetico Guy Parmelin ha prodotto l’impegno formale a non richiedere alcun onere economico alle famiglie coinvolte.

La gestione della pratica passerà ora ai tavoli tecnici, ma il principio di mutua assistenza tra Stati confinanti è stato ripristinato. È un tassello minore rispetto al confronto globale con la Casa Bianca, ma indicativo di una linea d’azione che punta a risolvere le pendenze dirette con pragmatismo e assenza di retorica.