Trump lancia “Project Freedom” per liberare Hormuz. L’Iran: “E’ violazione del cessate il fuoco”
Il presidente americano annuncia su Truth Social un’operazione di coordinamento marittimo per consentire il transito dei cargo neutrali attraverso lo stretto controllato da Teheran, mentre i negoziatori dei due paesi sono al lavoro su un possibile accordo diplomatico complessivo.
Washington entra direttamente nella partita di Hormuz con un’operazione battezzata “Project Freedom”: nessuna scorta militare diretta, ma un meccanismo di coordinamento tra paesi, compagnie assicurative e organismi marittimi per sbloccare decine di navi rimaste intrappolate nello stretto da quando, a fine febbraio, Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran.
L’annuncio, fatto domenica da Donald Trump sul suo social Truth, proietta una nuova e pericolosa variabile su un corridoio già compromesso da mine, interferenze ai sistemi di navigazione e un traffico commerciale ridotto drasticamente.
La struttura dell’operazione
Contrariamente a quanto la retorica presidenziale poteva far intendere, il “Project Freedom” non prevede convogli scortati dalla Marina americana. Lo precisa il Wall Street Journal, citando un funzionario di Washington: l’iniziativa è un processo di coordinamento attraverso cui paesi, compagnie assicurative e organizzazioni marittime possono gestire il transito.
Trump, nel suo post su Truth Social, aveva parlato di un gesto umanitario mosso dalla condizione critica di molti equipaggi – navi che stanno esaurendo scorte di cibo e beni di prima necessità – e aveva riferito che numerosi paesi, estranei al conflitto, avevano chiesto agli Stati Uniti di intervenire in loro favore.
La Casa Bianca e il Pentagono non hanno fornito ulteriori dettagli operativi. Il presidente ha dichiarato di aver “incaricato i propri rappresentanti” di garantire la sicurezza delle imbarcazioni e dei loro equipaggi, senza però specificare con quali mezzi e quale catena di comando. L’ambiguità è probabilmente intenzionale.

La risposta iraniana
La replica di Teheran è arrivata in poche ore, e ha assunto la forma di un avvertimento formale. Ebrahim Azizi, presidente della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale, ha scritto su X che “qualsiasi interferenza americana nel nuovo regime marittimo dello Stretto di Ormuz sarà considerata una violazione del cessate il fuoco.” Una dichiarazione che non lascia margini di interpretazione: l’Iran riconosce il cessate il fuoco come un quadro ancora vigente, ma rivendica il controllo esclusivo di Hormuz come condizione non negoziabile.
È una posizione che mette Teheran in una posizione scomoda. Il blocco dello stretto è, da mesi, il principale strumento di pressione nelle mani della Repubblica islamica: uno strumento che vale quanto qualsiasi postazione militare, perché concentra in un unico punto geografico il potere di determinare i flussi energetici globali.
Cedere su Hormuz – anche tacitamente, anche lasciando semplicemente passare i convogli – equivale a cedere la leva negoziale più significativa proprio mentre i colloqui sul nucleare e sull’assetto post-conflitto non hanno ancora prodotto alcun risultato concreto.
La trappola strategica
Trump ha costruito un dilemma che non ammette esiti neutri per Teheran. Se l’Iran permette all’operazione di procedere senza resistenza, segnala al mondo di aver perso il controllo del suo principale strumento di deterrenza in un momento cruciale dei negoziati.
Se invece tenta di intercettare o bloccare le navi coordinate dagli americani, fornisce a Washington e Tel Aviv un casus belli per riprendere le operazioni offensive – uno scenario che lo stesso Trump sembrava aver anticipato quando ha avvertito che qualsiasi interferenza sarebbe stata “contrastata con fermezza.”
Analisti e osservatori descrivono la mossa come una trappola strategica deliberata: la moderazione iraniana costa sul piano diplomatico, l’aggressione iraniana innesca conseguenze militari. Il presidente americano ha tenuto aperto uno spiraglio, insistendo che i colloqui in corso con Teheran sono “molto positivi” e che il “Project Freedom” è questione separata, limitata alla liberazione di civili innocenti da una situazione non creata da loro.
L’attesa dei mercati
L’interrogativo più immediato, lunedì mattina, riguarderà la risposta dei mercati petroliferi. Il corridoio di Hormuz è già sotto pressione: mine, interferenze ai sistemi GNSS e la riduzione dei transiti commerciali hanno alterato profondamente le condizioni operative di una via d’acqua attraverso cui passa una quota significativa delle esportazioni di greggio globali. L’avvio del “Project Freedom” aggiunge un ulteriore livello di incertezza.
Uno scontro diretto tra unità americane e forze iraniane nello stretto farebbe impennare i prezzi del petrolio in tempi brevissimi. Al contrario, un assenso tacito di Teheran – pur senza risolvere i problemi strutturali della navigazione – potrebbe essere letto dai mercati come un segnale di de-escalation e spingere verso un allentamento delle tensioni sui prezzi dell’energia. Gli operatori monitoreranno ogni segnale nelle prime ore di contrattazione.
