“Il Macellaio di Bosnia” muore all’Aja: il generale di Srebrenica aveva 84 anni

Il comandante serbo-bosniaco, condannato all’ergastolo per genocidio e crimini di guerra, è morto nel centro di detenzione delle Nazioni Unite. La notizia arriva dopo l’ultimo rifiuto alla richiesta di scarcerazione per le sue condizioni di salute.

Ratko Mladic

Ratko Mladic

Ratko Mladic è morto oggi, a 84 anni, nel centro di detenzione delle Nazioni Unite all’Aja, dove scontava l’ergastolo per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi durante la guerra in Bosnia-Erzegovina. La sua morte arriva poche ore dopo l’ennesimo rigetto della richiesta di scarcerazione presentata per le sue condizioni di salute.

Il generale serbo-bosniaco era malato da tempo e negli ultimi anni aveva subito un ictus e un infarto. Le sue condizioni si erano aggravate al punto da spingere la famiglia a chiedere la liberazione per motivi umanitari. Il Meccanismo internazionale residuale per i tribunali penali ha però mantenuto la detenzione.

La condanna per i crimini in Bosnia

Mladic era stato condannato il 22 novembre 2017 dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. I giudici lo avevano riconosciuto colpevole di genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi e degli usi di guerra. La condanna all’ergastolo è stata confermata in appello nel 2021.

La sentenza ha attribuito al generale una responsabilità diretta in alcune delle principali operazioni condotte dalle forze serbo-bosniache durante il conflitto. Mladic era stato nominato il 12 maggio 1992 comandante dello Stato maggiore dell’esercito della Repubblica serba di Bosnia-Erzegovina, incarico che mantenne almeno fino al novembre 1996.

La guerra in Bosnia-Erzegovina, combattuta dal 1992 al 1995 dopo la dichiarazione d’indipendenza della repubblica, fu il conflitto più sanguinoso seguito alla dissoluzione della Jugoslavia. Bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici furono coinvolti in una guerra segnata da espulsioni, assedi, deportazioni, detenzioni e massacri.

Mladic presentò le proprie operazioni come una guerra per la difesa dei serbi bosniaci. Dopo la conquista di Srebrenica rivendicò pubblicamente quella che definì la “liberazione” della città, utilizzando anche il termine dispregiativo “turchi” per indicare i musulmani bosniaci.

Srebrenica, il punto centrale dell’accusa

Soprannominato il “Macellaio di Bosnia” per il ruolo ricoperto durante le guerre balcaniche degli anni ’90, Mladic è stato ritenuto responsabile, tra l’altro, del massacro di Srebrenica del 1995, in cui furono uccisi circa 8.000 uomini e ragazzi musulmani, il più sanguinoso massacro commesso in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

I cadaveri vennero sepolti in fosse comuni. Nei mesi successivi alcune fosse furono riaperte e i resti trasferiti altrove, nel tentativo di nascondere l’ampiezza delle uccisioni. Il massacro di Srebrenica è considerato la peggiore atrocità di massa compiuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

Mladic fu inoltre tra i principali responsabili militari dell’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni. Durante il conflitto la capitale bosniaca fu sottoposta a bombardamenti e attacchi dei cecchini; secondo le stime del Research and Documentation Center di Sarajevo, le vittime dell’assedio furono 11.541, tra cui 1.601 bambini.

La condanna internazionale non cancellò però la narrazione che Mladic aveva costruito attorno alla propria figura. Per una parte del nazionalismo serbo continuò a rappresentare il comandante che aveva difeso il proprio popolo durante la guerra. Di fronte ai giudici sostenne di avere combattuto per la sopravvivenza dei serbi e respinse le accuse rivoltegli.

Sedici anni da latitante

Dopo la fine della guerra Mladic riuscì a sottrarsi alla giustizia internazionale per quasi sedici anni. Il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia lo aveva incriminato già nel 1995, ma l’ex generale rimase nascosto in Serbia e nei territori legati alla comunità serbo-bosniaca.

La latitanza terminò il 26 maggio 2011. Mladic venne arrestato a Lazarevo, nel nord della Serbia, in una casa di campagna appartenente a un suo parente. Cinque giorni dopo fu trasferito all’Aja, dove cominciò il percorso giudiziario che avrebbe portato alla condanna del 2017.

Durante un’udienza preliminare, nel 2011, Mladic rivendicò la propria identità e la propria versione della guerra: “Io sono il generale Ratko Mladic. Il mondo intero sa chi sono”. Aggiunse di essere lì “per difendere il mio Paese e il mio popolo, non Ratko Mladic”.

I suoi avvocati sostennero durante il processo che il generale non aveva mai ordinato né approvato gli eccidi di civili musulmani e croati. La difesa descrisse il procedimento come condizionato da un pregiudizio occidentale contro i serbi e chiese l’assoluzione.

L’ultima battaglia sulla detenzione

Gli ultimi anni della vita di Mladic sono stati segnati dal progressivo deterioramento della salute e dalle richieste della famiglia per ottenere una scarcerazione o un trasferimento. Il figlio Darko aveva sostenuto che le condizioni del padre fossero incompatibili con la permanenza in carcere.

Il Meccanismo internazionale residuale per i tribunali penali, organismo delle Nazioni Unite che ha assunto le competenze residue del Tribunale per l’ex Jugoslavia, aveva esaminato anche nelle ultime settimane la richiesta di liberazione anticipata. La documentazione ufficiale registra decisioni sull’istanza di Mladic il 20 e il 21 agosto 2026.

La morte è arrivata dunque mentre Mladic continuava a scontare la pena inflitta per i crimini accertati dai giudici internazionali. Con lui scompare uno degli ultimi grandi protagonisti militari della guerra di Bosnia, ma non il procedimento storico e giudiziario che ha fissato le responsabilità per Srebrenica e per gli altri crimini commessi durante il conflitto.