Allarme in Asia, Trump volta le spalle a Seoul e riapre il dialogo con Kim Jong Un

Il presidente statunitense taglia le esercitazioni congiunte con la Corea del Sud e punta a un vertice con Pyongyang entro fine anno, tra il malumore degli alleati asiatici.

Donald Trum e Kim Jong Un

Donald Trum e Kim Jong Un

Asia in allerta. Il presidente statunitense Donald Trump ha dato istruzioni al segretario alla Guerra Pete Hegseth di ridurre in modo sostanziale le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud. L’annuncio, diffuso oggi su Truth Social, riapre il canale diplomatico con Pyongyang in vista di un possibile incontro con Kim Jong Un entro la fine dell’anno. Trump ha motivato la scelta con l'”ottimo rapporto” costruito con il leader nordcoreano, sostenendo di non aver mai condiviso la partecipazione statunitense a quelle manovre.

“Considerati i miei ottimi rapporti con Kim Jong Un, della Corea del Nord, non ero favorevole al fatto che gli Stati Uniti avessero concordato, già molto tempo fa, di partecipare a esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud” ha scritto Trump. Il presidente ha aggiunto che le esercitazioni sono costose, in gran parte a carico di Washington, e inviano “un segnale del tutto inappropriato e ostile” a un Paese che, a suo dire, non ha rappresentato una minaccia durante la sua presidenza.

La foto della zona demilitarizzata

Il 16 agosto Trump aveva rilanciato su Truth Social una fotografia del 2019 che lo ritraeva sorridente accanto a Kim Jong Un nella zona demilitarizzata coreana. Poche ore dopo è arrivato l’ordine al Pentagono di ridimensionare le manovre con Seoul. La sequenza segnala un tentativo deliberato di preparare il terreno diplomatico prima di un annuncio operativo, richiamando l’iconografia dell’incontro del 2019 come premessa politica alla riduzione delle esercitazioni.

Trump ha anche rivelato di aver chiesto al presidente sudcoreano di aderire al processo di denuclearizzazione dell’Iran, ricevendo un rifiuto. “La risposta è stata: ‘No, grazie!'” ha scritto, rimarcando un’insofferenza verso Seoul che si aggiunge alla decisione sulle esercitazioni e delinea un rapporto in cui la Corea del Sud appare marginalizzata rispetto al dialogo diretto con Pyongyang.

Un incontro già a novembre

Due giorni dopo il post su Truth Social, il Wall Street Journal ha riferito che Trump starebbe spingendo i propri collaboratori a organizzare un nuovo vertice con Kim già a novembre, a margine del summit APEC di Shenzhen, in Cina. L’ipotesi confermerebbe il tentativo della Casa Bianca di riaprire il canale con Pyongyang facendo leva sui rapporti personali tra i due leader, in una fase di crescente competizione strategica nell’area Asia-Pacifico.

Nello stallo che caratterizza sia il Medio Oriente sia il conflitto russo-ucraino, Trump cerca un risultato spendibile in politica estera. Un vertice a Shenzhen si terrebbe circa due settimane dopo le elezioni di metà mandato del 3 novembre, una tempistica che permetterebbe al presidente di annunciare un successo diplomatico prima che gli elettori possano valutarne gli esiti concreti.

Pyongyang cambia le condizioni

Rispetto al vertice del 2018, la Corea del Nord pone oggi una precondizione nuova: le armi nucleari non sono negoziabili. Pyongyang chiede garanzie che un eventuale incontro nel 2026 non riguardi la denuclearizzazione, e punta piuttosto a un riconoscimento pubblico da parte di Trump del proprio status di potenza nucleare.

La posizione negoziale di Pyongyang si è rafforzata. La Corea del Nord ha migliorato i rapporti con la Cina, approfondito la cooperazione missilistica con l’Iran e inviato migliaia di soldati a sostegno dell’invasione russa dell’Ucraina, acquisendo così esperienza di combattimento diretta. Kim ha di recente sottolineato il legame con Mosca, affermando che le due nazioni hanno “portato avanti la storia della lotta comune per la giustizia e le preziose tradizioni di amicizia”.

Un arsenale in crescita

Il Wall Street Journal, citando stime di esperti indipendenti di controllo degli armamenti, ha indicato in 60 le testate nucleari sviluppate da Pyongyang, con materiale fissile sufficiente per arrivare a 90. Jeffrey Lewis, del Center for Security and International Cooperation della Stanford University, ha però osservato che quelle stime risalgono a quasi un decennio fa e sono probabilmente superate. “A questo punto, l’arsenale nordcoreano ammonta probabilmente a qualche centinaio di testate” ha dichiarato Lewis, basandosi sui lanciatori missilistici mostrati dal Paese e sulla produzione crescente di plutonio e uranio arricchito. Il ministero della Difesa sudcoreano colloca la stima tra 80 e 120 testate.

Dopo aver incrinato i rapporti con gli alleati europei, le scelte dell’amministrazione Trump rischiano di alterare anche gli equilibri asiatici. Secondo quanto riportato da Reuters, il Giappone teme di ritrovarsi a sua volta nel mirino di Washington durante negoziati sulla sicurezza, Taiwan osserva con apprensione il prossimo vertice tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping, mentre l’India appare sempre meno certa del proprio ruolo nei calcoli strategici statunitensi.

“Questa decisione alimenterà certamente i crescenti dubbi nella regione circa gli impegni di sicurezza degli Stati Uniti” ha dichiarato a Reuters Jeremy Chan, analista senior di Eurasia Group ed ex diplomatico statunitense in Giappone e Cina.

Seoul valuta la deterrenza

Da Seoul non emerge un’ostilità dichiarata verso un possibile vertice, a condizione che la sicurezza sudcoreana resti garantita. Con la denuclearizzazione ormai difficile da perseguire, per Seoul potrebbe diventare più praticabile puntare a un congelamento del potenziale nucleare nordcoreano piuttosto che alla sua eliminazione.

Cheong Seong-chang, vicepresidente del think tank Sejong Institute e sostenitore dello sviluppo di un arsenale nucleare sudcoreano, ha affermato che Seoul, pur mantenendo l’alleanza con Washington, dovrebbe “adottare misure per acquisire una propria capacità di deterrenza nucleare”. Il governo sudcoreano ha finora tenuto il tema ai margini del dibattito pubblico, sostenendo che un arsenale atomico sarebbe superfluo e potenzialmente dannoso per la rete di alleanze del Paese, nonostante il sostegno della maggioranza della popolazione all’opzione nucleare. Una posizione che potrebbe essere rimessa in discussione se Washington dovesse ridurre ulteriormente il proprio impegno strategico in Asia.