Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi è stato assolto nel merito dalla Corte dei Conti, dall’accusa di danno erariale per 121 prestazioni professionali svolte tra il 2022 e il 2024, quando era sottosegretario alla Cultura. La Procura contabile chiedeva oltre 200 mila euro. Respinta l’intera richiesta. E il ministero, non Sgarbi, dovrà pagare: 3.500 euro di spese legali. Il conto si è ribaltato, in sostanza.
La notizia però non è la sentenza. È la distanza tra le dimissioni – febbraio 2024 e l’assoluzione: due anni e mezzo. Due anni e mezzo in cui un sottosegretario ha lasciato il governo sotto un’accusa che, oggi si scopre, non era sorretta né da un illecito provato né da un danno reale. Il tribunale mediatico condanna in diretta, la giustizia assolve in differita. E quando arriva il verdetto, il prezzo politico è già stato pagato per intero.
C’è un punto che merita attenzione, ed è un punto che riguarda la stessa magistratura contabile, non solo i titoli dei giornali: la Procura ha costruito un’impalcatura accusatoria – 121 prestazioni, 200 mila euro di richiesta – che i giudici hanno smontato integralmente, giudicando le attività di Sgarbi esercizio di diritti costituzionalmente protetti, estranee per giunta alle sue deleghe. Un’accusa così ampia, così pubblicizzata, finita in un nulla di fatto: viene da chiedersi quanta cautela istruttoria ci sia stata prima di mettere in moto una macchina che, da sola, ha già inflitto la pena vera – le dimissioni – prima ancora di arrivare a giudizio.
Perché in questa contabilità perversa paga il ministero, ha già pagato Sgarbi con le dimissioni (e non solo), e non paga mai nessuno tra chi ha aperto il fascicolo e chi lo ha rilanciato. Intanto, a Vittorio Sgarbi va un augurio sincero di pronta ripresa; di ritrovare al più presto la stessa energia, la stessa verve polemica e la stessa voglia di battersi che lo hanno sempre contraddistinto.
