L’umanoide che dà voce agli studenti sordi nelle scuole del Kenya

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Norah Kimathi, 22 anni e co-fondatrice di Zerobionic, ha sviluppato in Kenya un robot umanoide capace di tradurre in tempo reale la lezione di un insegnante nella lingua dei segni. La tecnologia punta a facilitare l’accesso all’istruzione per una parte dei circa 300 mila kenyani con disabilità uditive: soltanto 20 mila risultano iscritti a scuola.

Il problema non riguarda soltanto l’accesso alle aule. Per gli studenti sordi che frequentano la scuola, la comprensione delle lezioni resta una difficoltà quotidiana, legata alla disponibilità di strumenti e competenze per la comunicazione nella lingua dei segni. È su questa barriera che la startup ha concentrato la propria sperimentazione.

Dalle mani robotiche all’umanoide

Il progetto è nato con un obiettivo più limitato. Zerobionic aveva iniziato costruendo semplici mani robotiche capaci di riprodurre i segni. Le prime sperimentazioni hanno però evidenziato che la lingua dei segni non si esaurisce nei movimenti delle mani.

Kimathi ha spiegato che i riscontri ricevuti durante lo sviluppo hanno portato il gruppo a cambiare approccio: “Quando abbiamo iniziato, siamo partiti solo da semplici mani robotiche”. L’analisi del linguaggio utilizzato nella comunicazione ha mostrato la necessità di integrare anche altri elementi, a partire dalla mimica.

“Nel linguaggio dei segni ci sono molti elementi in gioco, oltre a ciò che si dice. Ci sono le espressioni facciali, ad esempio”, ha precisato Kimathi. Da qui la decisione di costruire “un vero e proprio umanoide completo”.

Il risultato è una macchina che può accompagnare la lezione su entrambi i versanti della comunicazione: dall’insegnante agli studenti e dagli studenti al docente.

La lezione diventa una conversazione

Durante la spiegazione, il robot riceve le parole dell’insegnante e le traduce direttamente nella lingua dei segni. Gli studenti possono quindi seguire la lezione attraverso la macchina senza affidarsi esclusivamente a una mediazione umana.

Il sistema è stato progettato anche per rendere possibile il percorso inverso. Uno schermo integrato nel petto dell’umanoide consente agli studenti di formulare domande nella lingua dei segni. Il robot le converte in voce, permettendo al docente di riceverle e rispondere.

La tecnologia, quindi, non interviene soltanto nella traduzione della spiegazione. Cerca di costruire un canale bidirezionale all’interno dell’aula, nel quale gli studenti sordi possano intervenire durante la lezione e non limitarsi a ricevere informazioni.

I docenti sordi insegnano alla macchina

Le sperimentazioni hanno prodotto un secondo sviluppo, legato alla capacità del robot di apprendere nuovi segni. I bracci robotici vengono testati anche da insegnanti sordi, che utilizzano una tuta speciale per registrare e memorizzare i movimenti.

Questo lavoro permette di raccogliere una quantità crescente di segni e di costruire un database dedicato anche alla terminologia tecnica. L’archivio attinge ai segni utilizzati in ambito inglese, americano e kenyota, mettendo in relazione varianti linguistiche che possono essere necessarie nei diversi contesti educativi.

Il database non serve dunque soltanto a migliorare le prestazioni del robot. La raccolta sistematica dei termini può contribuire ad ampliare il vocabolario disponibile nella lingua dei segni e a rendere più accessibili ai bambini sordi concetti e parole che incontrano nel percorso scolastico.

Un problema che riguarda l’accesso all’istruzione

I numeri indicati dalla startup mostrano la dimensione della sfida: a fronte di circa 300 mila persone con qualche forma di disabilità uditiva, gli studenti iscritti a scuola sarebbero circa 20 mila. Il divario evidenzia una difficoltà di accesso all’istruzione che la tecnologia cerca di affrontare sul terreno concreto della comunicazione.

La sperimentazione di Zerobionic si muove quindi su due livelli. Da una parte utilizza l’intelligenza e la robotica per tradurre in tempo reale ciò che accade in classe; dall’altra raccoglie e organizza nuovi segni per aumentare il patrimonio linguistico disponibile.

Il progetto resta legato alle sperimentazioni nelle scuole, ma introduce un modello nel quale il robot non è soltanto uno strumento di traduzione. Diventa un’interfaccia tra due sistemi comunicativi e, attraverso l’apprendimento dei segni, un archivio in continua evoluzione.