Il disgelo rende più instabili le Alpi: l’avvertimento dopo la catastrofe in Nepal
Il glaciologo Olaf Eisen segnala un aumento dei rischi nelle fasce alpine tra 2.500 e 3.000 metri. Il precedente svizzero di Blatten e la tragedia della Marmolada mostrano che i distacchi possono avere conseguenze letali.
Le Alpi non sono immuni dai fenomeni che hanno devastato il Nepal, dove una piena improvvisa ha percorso quasi 170 chilometri causando almeno 460 morti. Secondo il glaciologo Olaf Eisen, professore all’Alfred-Wegener-Institut e all’Università di Brema, eventi dello stesso tipo, seppure di dimensioni inferiori, possono verificarsi anche sulla catena alpina.
Il rischio non dipende solo dal ghiaccio
Il pericolo non è legato unicamente alla quantità di ghiaccio presente, ma alle trasformazioni che stanno interessando l’ambiente d’alta montagna. “L’Europa è tra i continenti che si riscaldano più rapidamente, a causa del cambiamento climatico di origine antropica”, ha spiegato Eisen. Il ritiro dei ghiacciai e lo scioglimento del permafrost stanno modificando la stabilità delle zone più elevate. Le aree più esposte si collocano tra i 2.500 e i 3.000 metri, soprattutto in Francia, Italia, Austria e Svizzera. Il riscaldamento può combinarsi con eventi meteorologici estremi — ondate di calore, precipitazioni intense — aumentando la probabilità di distacchi e frane.
Quando il ghiacciaio perde aderenza al suolo
“Con il continuo aumento delle temperature il permafrost inizia a scongelarsi e la base dei ghiacciai a sciogliersi. Di conseguenza il ghiacciaio aderisce meno bene al substrato”, ha osservato il ricercatore. Il permafrost è il terreno che resta congelato ininterrottamente per almeno due anni: quando le temperature salgono, il disgelo altera l’equilibrio fisico delle montagne e indebolisce i rapporti tra ghiaccio, roccia e terreno.
I dati elvetici confermano la portata del fenomeno. Dal 1850 sono scomparsi circa 1.000 ghiacciai e, secondo i dati citati dalla SRF, una superficie complessiva di circa 1.000 chilometri quadrati è stata liberata dal ghiaccio. Oggi nella Confederazione restano circa 1.300 ghiacciai, molti di piccole dimensioni, mentre alcuni superano ancora i due chilometri di lunghezza. Il dato più significativo riguarda però il volume: tra il 2000 e il 2024 la Svizzera ha perso il 38% del proprio volume glaciale, una riduzione che modifica progressivamente il paesaggio e, nelle aree più instabili, le condizioni di sicurezza per popolazione, infrastrutture e attività escursionistiche.
Uno dei ghiacciai monitorati da anni è il Weisshorn Est, sopra Randa. All’inizio della settimana si sono verificati tre piccoli distacchi di ghiaccio. “Questo ghiacciaio è sorvegliato da anni e continua a muoversi, a volte di più, a volte di meno”, ha spiegato alla SRF Frederic Imboden, sindaco di Randa. Dal versante potrebbero staccarsi diverse centinaia di migliaia di metri cubi di ghiaccio; per gli abitanti, ha precisato Imboden, non sussiste al momento un pericolo diretto, ma le autorità hanno chiuso sentieri escursionistici e piste ciclabili nell’area interessata.
L’acqua sotto il ghiaccio come innesco
I distacchi glaciali non hanno un’unica causa: alcuni rientrano nella dinamica naturale e ciclica dei ghiacciai, ha spiegato Eisen a Euronews. La maggiore frequenza di determinati fenomeni viene però collegata dagli esperti alle trasformazioni prodotte dal riscaldamento globale. Uno dei meccanismi più delicati riguarda l’acqua che si accumula sotto la massa glaciale: in certe condizioni si forma una sorta di riserva idrica sotterranea, mentre la parte frontale del ghiacciaio resta congelata. Ondate di calore e piogge intense possono aumentare la pressione dell’acqua fino a provocare il cedimento della parte anteriore. “L’intera massa di ghiaccio e acqua verrebbe così rilasciata di colpo”, ha spiegato Eisen — un processo capace di trasformare un fenomeno circoscritto in una massa in movimento che trascina ghiaccio, acqua, roccia e detriti lungo i versanti.
Nel maggio 2025 una frana accompagnata dal crollo di un ghiacciaio colpì il territorio comunale di Blatten, in Svizzera. Il villaggio era stato evacuato in precedenza, ma un uomo di 64 anni perse la vita. L’Italia, dal canto suo, ha già conosciuto le conseguenze di un distacco di grandi dimensioni: nel luglio 2022, sulla Marmolada, un enorme blocco di ghiaccio si staccò dal ghiacciaio e travolse un gruppo di alpinisti, causando undici morti. Entrambi gli episodi mostrano come condizioni del ghiaccio e presenza umana in alta quota possano produrre conseguenze immediate.
Il confronto resta improprio, ma il segnale no
“Secondo le stime attuali, la catastrofe in Nepal ha avuto un volume di valanga circa 10-20 volte superiore rispetto a Blatten”, ha precisato Eisen, escludendo che sulle Alpi si possa arrivare a un evento di dimensioni paragonabili. Il confronto con l’Himalaya resta improprio per scala e caratteristiche, ma i casi condividono un elemento: la possibilità che grandi masse di ghiaccio e acqua vengano mobilitate rapidamente.
Per Eisen la riduzione del rischio passa soprattutto dalla stabilizzazione del clima: “Proteggere il clima significa proteggere i ghiacciai. Ogni decimo di grado in meno conta”. Le protezioni meccaniche offrono una risposta locale e temporanea, ma richiedono energia e lavoro e vengono impiegate solo in alcune aree sciistiche: non possono sostituire il monitoraggio dei ghiacciai né la valutazione preventiva delle zone esposte. Il caso di Blatten dimostra l’importanza dell’evacuazione preventiva; quello del Weisshorn Est mostra invece come il monitoraggio continuo consenta di intervenire anche in presenza di fenomeni che, per ora, non rappresentano una minaccia diretta per i residenti.
