Quota rosa è salva, tutto il resto è cenere: il parlamento siciliano affossa la riforma degli enti locali

Cinquanta favorevoli ratificano un testo dimezzato: le norme cardine naufragano per mano della stessa coalizione di governo, che cede al ricorso al voto segreto

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Parlamento siciliano

Cinquanta voti favorevoli. L’Assemblea regionale siciliana ha approvato la riforma degli enti locali. Sulla carta. Perché ciò che Sala d’Ercole ha licenziato è, a ogni effetto pratico, un guscio vuoto: una legge che porta il nome della riforma ma ne ha disarticolato il contenuto articolo per articolo, con la complicità silenziosa del voto segreto.

Sopravvive la norma sulla rappresentanza femminile al quaranta per cento nelle giunte comunali — l’articolo 8, l’unico ad attraversare indenne la seduta. Vede la luce anche la clausola antielusione, il cosiddetto tagliando antifrode. Per il resto, il testo esce dall’aula mutilato.

Le norme cadute sotto il voto segreto

Affondano le due disposizioni che avrebbero inciso in profondità sulla vita dei Comuni minori. La prima è il terzo mandato per i sindaci dei centri fino a quindicimila abitanti: bocciato con trentaquattro voti contrari e soltanto ventiquattro favorevoli. La seconda è la figura del consigliere supplente — il meccanismo che avrebbe consentito di sostituire temporaneamente il consigliere eletto chiamato a ricoprire l’incarico di assessore — respinta con trentadue voti contro ventidue.

Numeri che raccontano una storia precisa. Da dieci a dodici deputati della maggioranza hanno votato, in entrambi i casi, insieme all’opposizione. La disciplina del voto segreto ha offerto loro la copertura necessaria: nessun nome da mettere a verbale, nessuna responsabilità da rivendicare. Il pallottoliere, convocato per tre volte nel corso della seduta, ha restituito ogni volta lo stesso responso impietoso.

Gli appelli dell’Associazione nazionale dei Comuni italiani erano caduti nel vuoto già prima che l’aula si esprimesse. L’Anci aveva chiesto con nettezza il mantenimento di entrambe le norme, indicandole come strumenti irrinunciabili per garantire continuità amministrativa e competitività elettorale nei piccoli centri. Nulla di tutto ciò è stato accolto.

Una maggioranza che non si conta

La difficoltà della coalizione di governo a far prevalere i propri numeri non è un episodio isolato: è diventata una costante di questa legislatura regionale. Ogni volta che il voto segreto viene invocato — e in questa seduta lo è stato tre volte — la maggioranza si scopre più fragile di quanto i rapporti ufficiali lascino supporre. Non si tratta di dissidenza dichiarata, ma di una fronda silenziosa che agisce nell’ombra dello scrutinio anonimo e produce effetti concreti sull’attività legislativa.

Il risultato è che gli enti locali siciliani restano ancorati alla legge vigente. Niente terzo mandato per i sindaci dei Comuni minori. Nessun consigliere supplente. Nessuna architettura organica di sostegno ai territori. Dall’aula di Palazzo dei Normanni non esce alcun disegno riformatore: esce soltanto la somma delle sue contraddizioni interne.

Quanto alla norma sulla rappresentanza femminile — l’unica voce attiva del bilancio — la sua entrata in vigore è rimandata alla legislatura successiva. In alcuni Comuni, questo significa attendere tre anni e mezzo prima che la disposizione produca qualsiasi effetto concreto. Una vittoria di principio, dunque, rinviata nella sua sostanza alle prossime urne.