Zucchero annuncia i concerti a San Siro e Verona per celebrare i venticinque anni di Baila

Durante la tappa emiliana del tour la voce della via Emilia annuncia i nuovi appuntamenti dal vivo per il prossimo biennio e commenta i mutamenti tecnologici e le polemiche geopolitiche del settore.

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Zucchero

Adelmo Fornaciari, in arte Zucchero, ha delineato la programmazione delle sue prossime attività dal vivo per il biennio 2027-2028. L’annuncio, avvenuto a Bologna durante la seconda tappa del suo attuale tour negli stadi, fissa le scadenze di una strategia di lungo periodo destinata a culminare nei maggiori spazi performativi del Paese.

La scelta dei tempi e delle modalità conferma la centralità della dimensione live per il cantautore emiliano, il quale ha colto l’occasione per analizzare l’evoluzione dell’industria discografica, i mutamenti generazionali della musica leggera e l’intersezione tra spettacolo e attualità geopolitica. L’orizzonte temporale si concentra sulla celebrazione dei traguardi storici, un modello che l’organizzazione logistica adotta con frequenza per stabilizzare i flussi di mercato. Il fulcro della nuova programmazione sarà l’evento denominato “Baila 25th San Siro – Under the moonlight Il gran finale”, fissato per il 10 giugno 2027 a Milano. “Le cose stanno andando bene, ma talmente bene che l’idea che vadano meglio mi spaventa. Faremo di tutto per dare il massimo”, ha dichiarato il musicista.

Pianificazione strategica dei grandi eventi

Oltre all’appuntamento milanese, la struttura manageriale guidata da Ferdinando Salzano, presidente di Friends & Partners, ha già avviato le procedure istituzionali per una estesa presenza nel Veneto. Sono state infatti ufficializzate le richieste per venti date complessive nell’anfiteatro scaligero: dieci tappe nel mese di settembre 2027 e ulteriori dieci nel corso del 2028. Questo secondo blocco di appuntamenti intende commemorare il quarantesimo anniversario dell’album “Blue’s”, pietra miliare della produzione blues-rock italiana.

Questa pianificazione pluriennale si inserisce in un quadro economico settoriale caratterizzato dall’assenza di nuove produzioni in studio. Fornaciari ha escluso la pubblicazione immediata di brani inediti, citando l’insegnamento di Luciano Pavarotti sulla necessità di giustificare artisticamente ogni nuova uscita discografica. “Per fare i dischi, dopo che hai scritto più di 350 canzoni che hanno avuto successo, fare un album è molto difficile: non è mantenere il successo ma lo devi giustificare”, ha spiegato l’artista, aggiungendo che “se esci con un album devi fare un album con i coglioni, ci vogliono i coglioni per fare un album”.

La trasformazione del mercato discografico

L’analisi si è poi estesa alle profonde trasformazioni strutturali che stanno rimodellando il comparto della musica dal vivo globale. Il fenomeno del gigantismo nei concerti, che vede giovani interpreti riempire impianti di massima capienza in tempi ridotti, viene letto come il risultato di una mutazione tecnica e comunicativa accelerata dalla crisi pandemica. “Adesso è più facile, c’è stato un incremento dei live, anche a livello mondiale, soprattutto dopo il covid. I giovani sono dei grandi comunicatori, sono delle macchine da guerra, i social hanno fatto la differenza con una comunicazione più veloce”, ha rilevato Fornaciari.

La riflessione evidenzia una frattura metodologica tra la tradizione performativa basata sulla solidità strumentale e le nuove forme di intrattenimento multimediale, dove l’impatto visivo e le coreografie acquisiscono una rilevanza preminente rispetto all’esecuzione puramente vocale. “Poi non lo so, hanno i balletti, corrono avanti e indietro, sculettano e cantano… poco. Se la cavano e fanno gli stadi, non c’è una spiegazione, ma sono delle macchine da guerra”, ha concluso sul punto il cantautore.

Nuovi modelli di comunicazione globale

Questo mutamento di paradigma si riflette anche nei percorsi storici degli artisti. Il profilo internazionale di Fornaciari si è consolidato in epoche di transizione geopolitica e culturale, come dimostra il primato di primo artista occidentale a esibirsi al Cremlino dopo la caduta del muro di Berlino, o la partecipazione esclusiva, per la sponda italiana, al Festival di Woodstock nel 1994.

Rispetto alle attuali dinamiche competitive delle rassegne europee, il musicista ha espresso un giudizio severo sull’Eurovision Song Contest, pur lodando la recente decisione del direttore artistico Stefano De Martino di separare la vittoria del Festival di Sanremo dalla designazione automatica per la competizione continentale.

“Se fossi un direttore artistico, opterei per questa roba qua. Ci deve andare qualcuno che ha i coglioni, chi va all’Eurovision deve essere competitivo”, ha commentato Fornaciari, valutando la kermesse europea come un evento privo di reale impatto culturale a lungo termine. “A me l’Eurovision fa cagare in ogni modo. Tutti quelli che vanno, a parte i Maneskin, hanno fatto cagare. Chi ha vinto l’Eurovision è solo un ricordo”, ha aggiunto, ricordando criticamente la vittoria di Conchita Wurst: “Ti ricordi il barbuto con le ‘tette’ da donna? Che fine ha fatto? Quindi, che si pensasse a cantare e a portare delle belle canzoni: fine delle trasmissioni”.

Selezioni artistiche e rassegne europee

Il dibattito ha toccato infine il ruolo civile dell’artista e la gestione delle controversie politiche sul palco, richiamando le recenti posizioni espresse da Francesco De Gregori sull’opportunità di evitare slogan ideologici durante i concerti. “Con Conosco Francesco, ho lavorato con lui e non oserei contraddirlo in pubblico”, ha affermato Fornaciari, manifestando una linea di prudenza istituzionale.

La chiusura dell’incontro ha tuttavia registrato una presa di posizione netta in merito alle iniziative di rilevanza umanitaria e alle dinamiche politiche transatlantiche. Interpellato sulla petizione volta a conferire il Premio Nobel per la pace alla cittadinanza di Lampedusa per la gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo, il cantautore ha espresso una adesione perentoria, unendovi una critica verso lo scenario politico statunitense. “Va benissimo, è giusto; basta che non lo diano a Trump”, ha chiosato l’artista, riaffermando la complessità del rapporto tra cultura e potere.