Prodi scuote il Pd: senza identità non si vince più. E avverte Schlein: la sinistra rischia l’irrilevanza

Romano Prodi

Romano Prodi

Non è più una questione di stipendi, bonus o promesse di crescita. È una questione di appartenenza. Romano Prodi lancia un avvertimento netto al Partito democratico e alla sua segretaria Elly Schlein: la sinistra rischia l’irrilevanza se continua a leggere il voto solo attraverso le lenti dell’economia. Nell’epoca della paura e dell’incertezza, sostiene l’ex premier, sono l’identità e il senso di comunità a orientare davvero gli elettori.

L’analisi arriva da uno dei fondatori del Pd, non da un osservatore esterno. In un dialogo con Domenico Petrolo contenuto nel saggio La stagione dell’identità (FrancoAngeli), Prodi archivia definitivamente il mantra clintoniano “It’s the economy, stupid!”. L’economia resta importante, certo, ma non è più il motore principale del consenso. “Ciò che determina le scelte politiche oggi è l’identità”, spiega, mentre la sinistra “continua a non capirlo”.

Quando l’economia non basta più

Secondo l’ex presidente del Consiglio, il cambiamento è profondo e strutturale. Le promesse economiche non funzionano più come collante elettorale. Non mobilitano, non entusiasmano, non fidelizzano. A tenere insieme elettorati anche molto diversi tra loro è invece un’idea semplice e potente di appartenenza, un “noi” capace di parlare alla pancia prima ancora che alla testa.

È lo stesso schema che ha reso efficace lo slogan “Make America Great Again”. Al di là delle proposte concrete — spesso vaghe o contraddittorie — ciò che ha funzionato è il messaggio identitario: il richiamo a un passato idealizzato, la promessa di riscatto collettivo, l’illusione di un ordine ritrovato. Un messaggio che crea coesione e offre risposte immediate in una fase storica segnata dall’instabilità.

Dagli Usa all’Europa che arretra

Per Prodi non si tratta di un’anomalia americana. Lo stesso meccanismo è all’opera anche in Europa, dove avanzano forze populiste e nazionaliste che fanno leva su quella che definisce una vera e propria “politica della nostalgia”. Un ritorno simbolico al passato, reale o immaginato, contrapposto a un presente percepito come minaccioso.

L’ex presidente della Commissione europea porta l’esempio della Polonia. Un Paese che ha beneficiato in modo evidente dell’integrazione europea: salari in crescita, infrastrutture moderne, protezione sociale rafforzata. Eppure, pochi mesi dopo aver celebrato i vantaggi dell’Unione, gli elettori hanno scelto un presidente euroscettico, “ancorato al passato”. Un apparente paradosso che, secondo Prodi, si spiega solo guardando alla dimensione identitaria.

Radici, paura e voto di chiusura

In molti Paesi dell’Europa orientale, spiega Prodi, l’Unione europea è vissuta come una forza che ha indebolito o cancellato le radici storiche, religiose e politiche. Il miglioramento delle condizioni materiali non è bastato a compensare la sensazione di perdita. Quando l’identità viene percepita come minacciata, l’argomento economico smette di essere decisivo.

“L’identità è una cosa molto, molto complessa, non è uguale dappertutto”, avverte Prodi. Ignorarla o relegarla a fattore secondario è un errore strategico. Alla base di tutto c’è un mutamento profondo del desiderio collettivo: la spinta a migliorare è stata sostituita dalla paura di perdere ciò che si ha. Quando prevale la sicurezza, le società si aprono; quando domina la paura, si chiudono.

La sinistra e il rischio marginalità

È qui che, secondo Prodi, la sinistra mostra tutta la sua difficoltà. Continuare a parlare solo di crescita, redistribuzione e diritti, senza misurarsi con il bisogno di identità e protezione, significa lasciare campo libero agli avversari. L’era dell’identità non è alle porte: è già iniziata. E chi non la capisce, conclude implicitamente il professore, è destinato a perdere.