Usa, i giudici fermano i dazi “reciproci” ma Trump rilancia: tariffe del dieci per cento su tutto il mondo
Con sei voti favorevoli, il massimo organo giudiziario americano dichiara illegittimo l’uso dell’Emergency Powers Act; nelle stesse ore, dalla Casa Bianca arriva l’annuncio di una nuova imposizione globale con effetto quasi immediato.
Donald Trump
Due notizie, una stessa giornata. Bastano a raccontare la contraddizione strutturale dell’America commerciale di Donald Trump. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimi i dazi “reciproci” imposti dall’amministrazione contro decine di partner commerciali nel mondo. A distanza di ore, il presidente ha annunciato dal proprio canale sociale di aver firmato nello Studio Ovale “una tariffa globale del dieci per cento su tutti i Paesi, effettiva quasi immediatamente”. La sentenza chiude uno strumento. Il presidente ne apre un altro. Il messaggio è deliberato: nessun tribunale fermerà l’agenda protezionistica della Casa Bianca.
Si tratta, per Trump, della più grave sconfitta giudiziaria del suo secondo mandato. Le tariffe doganali sono il pilastro dell’intera costruzione economica trumpiana, il terreno sul quale il presidente ha edificato la propria narrativa di forza nei confronti del mondo. Non è un caso che abbia definito la decisione “una vergogna”. Ma la risposta immediata con la nuova tariffa globale rivela qualcosa di più: una Casa Bianca che aveva già predisposto le contromisure, consapevole dell’esito probabile.
Il verdetto: sei voti e una legge sbagliata
Il cuore della sentenza è tecnico nella forma, dirompente nella sostanza. Il tribunale ha stabilito che il presidente ha abusato della propria autorità invocando l’International Emergency Economic Powers Act del 1977 — una legge che non contiene nemmeno la parola “dazio”. Stando all’interpretazione della maggioranza, quella norma consente al capo dell’esecutivo di regolare le importazioni, non di colpirle con tributi unilaterali. La distinzione non è sottile: è la differenza tra governare i flussi commerciali e imporre una tassa sull’economia globale senza il consenso del Congresso.
Il giudice capo John Roberts, affiancato da cinque colleghi, ha scritto nell’opinione di maggioranza: “Quando il Congresso concede il potere di imporre dazi, lo fa in modo chiaro e con vincoli accurati. Qui non ha fatto né l’una né l’altra cosa.” Sei voti a favore, tre contrari. Degno di nota è il profilo politico della maggioranza: nonostante la composizione conservatrice del tribunale, i giudici non hanno blindato il presidente in carica. A dissentire sono stati Clarence Thomas, Samuel Alito e Brett Kavanaugh — quest’ultimo autore di un’opinione di dissenso che già guarda ai nodi irrisolti dalla sentenza.
Cantano vittoria i gruppi di aziende americane che, insieme a dodici stati, avevano avviato cause sostenendo di essere lese da dazi attestati a un tasso effettivo medio sui massimi dalla Seconda guerra mondiale. Esulta anche l’opposizione democratica: il leader della minoranza al Senato, Chuck Schumer, parla di “vittoria per i portafogli di ogni consumatore americano”.
Il rebus dei rimborsi: centosettanta miliardi in bilico
La sentenza non ha chiuso la partita. L’ha spostata su un altro tavolo. Il nodo più spinoso riguarda i rimborsi: importatori e operatori della distribuzione reclamano la restituzione di circa centosettanta miliardi di dollari già versati nelle casse federali sotto il regime tariffario oggi dichiarato illegittimo. Il rimborso non è automatico. La Corte Suprema ha deliberatamente taciuto su questo aspetto. Kavanaugh, nel suo dissenso, ha avuto l’onestà di nominare il problema: il processo di recupero sarà, parole sue, “un caos”, come già emerso nelle udienze orali di novembre.
Per il Tesoro americano le implicazioni non sono secondarie. Se i rimborsi dovessero materializzarsi, l’esecutivo potrebbe trovarsi costretto a emettere ulteriore debito, aggravando conti pubblici già sotto pressione. I titoli di Stato americani, dunque, non hanno ragione di festeggiare. A Wall Street le reazioni sono state divise: c’è chi legge la sentenza come un segnale positivo per la stabilità del quadro normativo, e chi osserva con lucidità che questa decisione avrebbe avuto ben altro effetto sui mercati se fosse arrivata qualche mese prima. Il caos tariffario degli ultimi mesi ha già lasciato il segno su catene di approvvigionamento, margini aziendali e aspettative d’investimento. Una sentenza non cancella retroattivamente l’incertezza accumulata.
La Casa Bianca, nel frattempo, non è rimasta ferma. Esistono altre leggi attraverso le quali il presidente può tentare di reintrodurre misure protezionistiche. La nuova tariffa globale al dieci per cento è la dimostrazione che l’esecutivo le sta già esplorando. Quali strumenti, con quali tempi e con quali probabilità di resistere a un ulteriore scrutinio giudiziario: sono domande aperte. La Corte di Commercio Internazionale — il tribunale federale che già a maggio aveva definito illegali i dazi — torna ora al centro dell’attenzione.
L’Europa convoca, l’Illinois fattura
Fuori dai confini americani, la sentenza ha innescato movimenti rapidi. L’Unione europea — che ad agosto aveva raggiunto a Turnberry, in Scozia, un’intesa con Washington prevedente l’azzeramento dei dazi sulle importazioni di prodotti industriali americani in cambio di una riduzione al venticinque per cento delle tariffe statunitensi sui beni europei — si è dichiarata in “stretto contatto con l’amministrazione americana” in attesa di chiarezza sulle prossime mosse. Il presidente della commissione per il Commercio internazionale del Parlamento europeo, il socialdemocratico tedesco Bernd Lange, ha convocato per lunedì 23 febbraio, a Bruxelles, una riunione straordinaria dei relatori ombra dei vari gruppi politici, in vista del voto previsto il mattino del giorno successivo sui regolamenti di attuazione dell’accordo. “I giudici hanno dimostrato che anche un presidente degli Stati Uniti non opera in un vuoto giuridico”, ha scritto Lange. “L’era dei dazi illimitati e arbitrari potrebbe ora avviarsi al termine.” Un auspicio più che una certezza, viste le mosse dell’esecutivo americano nelle ore immediatamente successive.
Sul fronte interno americano, la reazione più calcolata nella sua apparente stravaganza è venuta dal governatore dell’Illinois, il democratico Jay Robert Pritzker. Con un gesto tra il simbolico e il provocatorio, Pritzker ha inviato a Trump una “fattura” da oltre otto miliardi e seicento milioni di dollari — millesettecento dollari per ciascuna delle oltre cinque milioni di famiglie del suo Stato. “Le vostre tasse tariffarie hanno devastato gli agricoltori, fatto infuriare i nostri alleati e fatto schizzare alle stelle i prezzi dei generi alimentari”, scrive il governatore, invitando Trump a “staccare l’assegno”. L’iniziativa non ha alcuna forza esecutiva immediata, ma fotografa con precisione il terreno sul quale si combatterà la prossima fase dello scontro: non più solo nelle aule dei tribunali, ma nella percezione quotidiana dei cittadini-consumatori. Resta, al termine di questa giornata densa, una sola certezza: la sentenza ha segnato un limite. Non ha posto fine alla guerra commerciale.
