Riforma giustizia, “Il giudice non tifa”: de Francisco scuote la magistratura siciliana
Il presidente del Cga apre l’anno giudiziario a Villa Belmonte con un atto d’accusa velato verso chi, durante il dibattito sulla riforma costituzionale, ha dimenticato la propria neutralità istituzionale.
Ermanno De Francisco
A Palermo, nella cornice storica di Villa Belmonte, si è svolta la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario del Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) per la Regione Siciliana. Alla presenza del governatore Renato Schifani e delle massime autorità istituzionali, il presidente Ermanno de Francisco ha scelto di non limitarsi ai consueti bilanci, trasformando la propria relazione in un richiamo severo e puntuale ai principi fondativi dell’indipendenza della magistratura.
Il messaggio è arrivato diretto, senza filtri: “Il tema dell’indipendenza del giudice — da tutto, anche dai colleghi associati, ma non dalla legge — è d’attualità, in questi giorni, come non mai”. Una frase che suona come una dichiarazione programmatica, ma anche come una diagnosi preoccupata dello stato della giustizia nel contesto politico attuale.
Quando la politica entra in aula
De Francisco ha costruito il nucleo del suo ragionamento attorno a una proporzione: quanto più una questione è politicamente sensibile, tanto più il magistrato è chiamato a una neutralità rigorosa e visibile. “Quanto più il contesto politico-mediatico si polarizza — ha affermato — tanto più il giudice deve dimostrare compostezza istituzionale e rigorosa neutralità”.
Ma è stata la frase successiva a colpire con maggiore forza l’uditorio. Il presidente del Cga ha ammesso, con una franchezza inusuale per l’occasione, di non essere “certissimo che ciò sia accaduto in questi giorni”. Un’autocritica rivolta all’intera categoria, pronunciata in uno dei contesti più solenni dell’anno giudiziario, con il peso specifico che solo un simile palcoscenico può conferire alle parole.
Il riferimento è esplicito: il dibattito sul referendum confermativo della riforma costituzionale approvata dal Parlamento — la cosiddetta riforma della separazione delle carriere — ha scaldato gli animi anche all’interno della magistratura, con prese di posizione pubbliche che, secondo de Francisco, rischiano di compromettere l’immagine di imparzialità che ogni giudice è tenuto a preservare.
“Non darebbe buona prova di sé il giudice che, conoscendo del referendum confermativo della riforma costituzionale approvata dal Parlamento, non resti comunque terzo e imparziale — in una parola sereno — pur se reputi che si tratti di una riforma che possa alterare le sue scelte cosiddette associative”, ha detto il presidente, scandendo ogni parola con la precisione di chi sa di tracciare un confine.
Il Cga si misura: sì o no, ma senza casacche di casta
Nella parte conclusiva della relazione, de Francisco ha scelto di parlare a nome del proprio organo, trasformando il monito generale in un impegno collettivo e personale. “Noi ci sforziamo di farlo tutti i giorni, con riguardo a tutte le questioni”, ha dichiarato, prima di aprire uno squarcio inatteso sulla vita interna del Consiglio di fronte al referendum.
“Ci sarà certamente tra noi qualcuno che si autodeterminerà a votare sì alla riforma costituzionale, come ci sarà chi invece riterrà di votare no”. Una differenza di opinioni annunciata senza imbarazzo, anzi rivendicata come prova di libertà individuale: ciascun magistrato, ha precisato, si rapporterà al voto “come cittadino libero guidato dalle proprie convinzioni e dalla propria coscienza, al di fuori da posizioni preconcette di bandiera o di casta”.
La chiusura è stata affidata a due parole che sintetizzano l’intera visione etica del presidente: “dignità individuale” e “rispetto reciproco”. Valori che, nelle intenzioni di de Francisco, devono sopravvivere a qualsiasi divisione — politica, istituzionale o associativa — e che rappresentano, nelle sue parole, il vero collante di una magistratura credibile.
