Iran, Trump: vogliamo resa incondizionata. Israele bombarda Teheran e Beirut, i droni iraniani sfidano Tel Aviv

Nella notte più intensa dall’inizio delle operazioni, l’aviazione dello Stato ebraico colpisce infrastrutture politiche e militari della Repubblica islamica; Washington ottiene l’uso di Diego Garcia e stringe la morsa, mentre il figlio di Khamenei viene escluso dalla successione per volontà americana.

Donald Trump

Donald Trump

Sette giorni di guerra aperta tra Israele e Iran, con gli Stati Uniti in prima linea. Donald Trump chiude la porta a ogni negoziato che non passi per una resa senza condizioni di Teheran, mentre i bombardamenti sull’Iran e su Beirut si intensificano, i missili iraniani continuano a cadere su Tel Aviv e lo stretto di Hormuz — arteria energetica del pianeta — è di fatto bloccato.

La resa o niente: l’ultimatum di Trump

Donald Trump non lascia spazio a interpretazioni. In un post pubblicato su Truth Social, il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che non esiste alcuna trattativa possibile con Teheran al di fuori di una “resa incondizionata”. Solo dopo la caduta del regime e “la selezione di un leader o di leader grandi e accettabili”, ha scritto, Washington e i suoi alleati si impegneranno a ricostruire il Paese.

La promessa è formulata in termini quasi messianici: gli Stati Uniti “lavoreranno instancabilmente per riportare l’Iran dall’orlo della distruzione”, trasformandolo in una nazione “economicamente più grande, migliore e più forte che mai”. Il messaggio si chiude con uno slogan che ricalca la firma politica di Trump: “Make Iran Great Again”, con l’acronimo MIGA.

Non si tratta di diplomazia. Si tratta di dettatura politica. Trump ha anche escluso esplicitamente che Mojtaba Khamenei — figlio della guida suprema Ali Khamenei, uccisa nel fine settimana — possa assumere la guida del Paese. Definire “inaccettabile” la successione dinastica di uno Stato sovrano è un atto senza precedenti nella storia della diplomazia americana recente. Il segnale è inequivocabile: Washington intende avere voce in capitolo sulla futura architettura del potere a Teheran.

Una notte di fuoco su Teheran e Beirut

Nel frattempo il conflitto brucia senza sosta. L’aviazione israeliana ha condotto nella notte una nuova serie di attacchi intensivi su Teheran e sulle posizioni di Hezbollah nella periferia meridionale di Beirut. Numerosi residenti della capitale iraniana hanno descritto ore di esplosioni continue. La televisione di Stato iraniana ha riferito che i bombardamenti hanno interessato anche aree adiacenti ai principali centri del potere, incluso il complesso dell’ex guida suprema.

Le forze armate israeliane hanno confermato una “ondata su larga scala” contro infrastrutture del regime. Il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha parlato esplicitamente di “ulteriori sorprese” nelle fasi successive della campagna, dopo aver rivendicato il raggiungimento della superiorità aerea e la distruzione di siti missilistici balistici nella prima fase dell’operazione.

A Beirut, il quartiere di Dahieh — cuore logistico di Hezbollah — è stato colpito con precisione chirurgica. Centri di comando e depositi di droni sono stati rasi al suolo. Almeno dieci edifici sono crollati. Centinaia di civili hanno abbandonato le proprie abitazioni in seguito agli ordini di evacuazione israeliani. Dall’inizio delle ostilità, secondo il ministero della Sanità libanese, i raid hanno causato almeno 123 morti e oltre 680 feriti.

L’Iran risponde: droni e missili verso Tel Aviv

Teheran non si è fermata. Le Guardie rivoluzionarie hanno rivendicato nuovi attacchi nell’area di Tel Aviv, con migliaia di droni lanciati anche attraverso il Golfo Persico. La risposta iraniana è stata tuttavia ridimensionata dal Comando centrale statunitense: gli attacchi missilistici balistici sarebbero diminuiti di circa il 90% rispetto all’inizio delle operazioni, segno che le capacità offensive di Teheran sono state significativamente degradate.

Nel meridione iraniano il bilancio umano diventa ogni ora più pesante. A Shiraz, secondo l’agenzia Fars, almeno 20 persone sono morte e 30 sono rimaste ferite in un attacco attribuito a Stati Uniti e Israele. Tra i siti colpiti figurano un parco divertimenti per bambini e un deposito di ambulanze nella periferia della città. Obiettivi civili o strutture a uso duale: la distinzione, in questa guerra come in tutte, resta contesa.

Washington accelera: Diego Garcia e la promessa di più fuoco

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che “la quantità di fuoco su Teheran è destinata ad aumentare drasticamente”. Per sostenere questa escalation, gli Stati Uniti hanno ottenuto dal Regno Unito l’accesso alla base militare di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, già utilizzata in passato per operazioni di lungo raggio. Trump ha nel frattempo escluso l’invio di truppe di terra, definendolo “una perdita di tempo”. La strategia americana punta tutto sulla potenza aerea e missilistica, lasciando agli israeliani il peso operativo sul terreno.

Hormuz paralizzato, mercati a rischio

Le conseguenze del conflitto si estendono ben oltre i confini dei Paesi direttamente coinvolti. Missili e droni sono stati intercettati sopra Arabia Saudita e Kuwait. Lo stretto di Hormuz — attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale — è di fatto bloccato dagli scontri. Le forniture energetiche globali sono sotto pressione.

Per contenere l’impatto sui mercati, Washington ha concesso all’India una deroga temporanea di trenta giorni per acquistare petrolio russo già in navigazione. Una misura d’emergenza che rivela la consapevolezza americana: la guerra nel Golfo rischia di produrre uno shock energetico globale che nessuna vittoria militare sarebbe in grado di compensare.