Poste Italiane entra in partita: mossa da 10,8 miliardi per rilevare Tim
Non è un fulmine a ciel sereno, anche se così è stata confezionata. La mossa di Poste Italiane su Tim porta la firma di una strategia costruita mattone dopo mattone nel corso dell’ultimo anno. Il percorso di integrazione industriale e commerciale con Tim era già stato avviato a partire dall’acquisizione della prima partecipazione a febbraio 2025, con accordi MVNO tra PosteMobile e la rete mobile Tim, partnership nell’energia e nelle assicurazioni. Poste non entra in Tim da estranea: ci entra da padrone di casa che ha già riorganizzato i mobili.
Eppure il tempismo dell’annuncio — una domenica sera di fine marzo — è tutt’altro che casuale. Il CdA di Poste ha approvato la proposta del lancio dell’offerta a dieci giorni dal deposito, da parte del Ministero dell’Economia, della lista per il rinnovo del vertice della società. Difficile non leggere in filigrana la regia governativa: l’operazione più ambiziosa nella storia recente delle partecipate statali viene benedetta — se non direttamente orchestrata — da Palazzo Chigi e Via XX Settembre, in quella zona grigia tra iniziativa industriale e indirizzo politico che in Italia si chiama “sistema”.
Gli attori in campo
Poste Italiane e Del Fante. L’amministratore delegato ha costruito la sua eredità su questa operazione. Il disegno strategico è quello di trasformare Poste da “il più grande network distributivo nazionale” ad “abilitatore della trasformazione digitale del Paese”: connettività, pagamenti, assicurazioni, identità digitale in un’unica piattaforma. Un’ambizione che, se realizzata, cambierebbe il profilo industriale di Poste in modo irreversibile.
Tim e Labriola. L’amministratore delegato di Tim si trova in una posizione scomoda quanto delicata. L’operazione non è concordata con Tim — che fa sapere di “prendere atto” dell’offerta e domani avvia la valutazione con un CdA — ma probabilmente non è nemmeno ostile. Labriola ha traghettato Tim fuori dal pantano del debito, ha chiuso la vendita della rete fissa a KKR, e ora si trova di fronte a un’uscita di scena che potrebbe essere onorevole o forzata, a seconda dei punti di vista.
Lo Stato. È il vero protagonista silenzioso. Il gruppo risultante potrà beneficiare di una governance stabile, con la presenza dello Stato italiano quale azionista di maggioranza con una partecipazione superiore al 50%, anche attraverso la partecipazione detenuta da Cassa Depositi e Prestiti. L’esborso complessivo per Poste sarebbe attorno a 2,8 miliardi di euro, mentre i soci Tim verrebbero a detenere il 22% del capitale della società dei recapiti; la quota pubblica scenderebbe attorno al 51%, con la CDP dal 35 al 28%. Lo Stato diluisce la presa diretta su Poste ma mantiene il controllo sul colosso integrato: è uno scambio che a Palazzo Chigi, evidentemente, conviene.
La geometria finanziaria dell’offerta
I numeri raccontano un’operazione strutturalmente prudente per Poste, ambiziosa nella visione. Il gruppo combinato arriverebbe a circa 26,9 miliardi di euro di ricavi aggregati pro-forma e a circa 4,8 miliardi di euro di EBIT aggregato, con oltre 150mila dipendenti. Le sinergie stimate sono 700 milioni di euro annui, di cui 500 milioni sui costi e oltre 200 milioni sui ricavi, con un impatto neutrale sul dividendo 2026 di Poste e positivo sull’utile dal 2027.
Il premio del 9,01% offerto agli azionisti Tim è, diciamolo senza eufemismi, modesto per un’operazione di questa portata. È un segnale che Poste si sente in posizione di forza: è già il primo azionista, ha il governo alle spalle, e sa che gli altri soci non hanno molte alternative strategiche credibili.
Le incognite regolatorie: il vero campo minato
Qui si gioca la partita vera. Un’OPAS totalitaria aprirà dossier più ampi di quelli già superati: l’Agcom dovrà pronunciarsi sulla concorrenza nella rete, mentre il governo eserciterà i poteri di golden power sugli asset strategici. La concentrazione di rete telefonica, sportelli postali, pagamenti digitali e servizi assicurativi in un unico soggetto a controllo pubblico è una questione che Bruxelles osserverà con attenzione crescente: il rischio di richiami antitrust europei è concreto.
La prospettiva storica: la privatizzazione al contrario
C’è un’ironia della storia difficile da ignorare. Tim sbarcò in Borsa nel 1997 come simbolo della stagione delle privatizzazioni, di quella scommessa — poi rivelatasi in parte fallimentare — che il mercato avrebbe gestito meglio dello Stato le infrastrutture strategiche. Quasi trent’anni dopo, lo stesso Stato rientra dalla finestra, attraverso un soggetto quotato come Poste, per riprendersi il controllo di quella che considera una “dorsale nazionale”.
L’operazione è, in fondo, la risposta italiana al paradigma che altri Paesi europei stanno adottando con crescente convinzione: le infrastrutture digitali sono troppo strategiche per essere lasciate al solo mercato. La domanda che nessuno pronuncia ad alta voce, ma che aleggia sopra ogni slide della conference call di domani mattina, è una sola: questa volta andrà meglio?
