Il campo largo siciliano si spacca sul caso De Luca: Avs lancia l’ultimatum al Pd e al M5s

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Cateno De Luca

È bastata una conferenza stampa a Catania per rompere un equilibrio già fragile. Cateno De Luca ha annunciato l’ingresso in Sud chiama nord di Riccardo Pellegrino, vicepresidente del consiglio comunale etneo, in uscita strategica da Forza Italia, e condannato nel 2023 in primo grado a due anni per corruzione elettorale. Quanto basta per aver fatto scattare il campanello d’allarme in Alleanza Verdi Sinistra.

Pierpaolo Montalto, segretario di Sinistra italiana in Sicilia, e Fabio Giambrone, portavoce regionale di Europa verde, hanno firmato una nota che non lascia spazio a interpretazioni: “L’assoluta incompatibilità politica tra la nostra coalizione e Sud chiama nord”. Non è una novità nel merito, precisano i due: “Per mesi abbiamo segnalato la questione”. La novità è il tono. È un ultimatum.

La pazienza finita con Conte

A rendere la situazione più acuta è il tempismo. Appena ventiquattr’ore prima dell’uscita di Avs, Giuseppe Conte era in Sicilia e aveva scelto di non pronunciarsi sull’opportunità di includere o escludere De Luca dalla coalizione progressista. Per Montalto e Giambrone è stata l’ultima tolleranza concessa. “Anche Giuseppe Conte ha ritenuto di non dover prendere una posizione esplicita”, scrivono, con quella forma di cortesia formale che in politica equivale a una stilettata.

Il M5s ha sinora navigato nell’ambiguità sul dossier De Luca. Ragioni comprensibili: Sud chiama nord porta voti, soprattutto a Messina e nell’area metropolitana di Catania, e il pragmatismo elettorale ha sempre avuto la meglio sulle pregiudiziali di coalizione. Ma il caso Pellegrino ha cambiato la geometria del problema: non si tratta più di valutare se De Luca sia un interlocutore affidabile, ma di stabilire se un partito che ospita un consigliere condannato per corruzione sia compatibile con il profilo di una coalizione che si candida a governare la Sicilia in nome della legalità.

La replica di Sud chiama nord

La risposta del coordinatore regionale di Scn, Danilo Lo Giudice, è arrivata con la prontezza di chi aveva il comunicato già pronto. “Rischieranno di trasformare il campo largo in campo santo continuando così”, ha detto, rovesciando sul mittente l’accusa di sabotare la coalizione. Lo Giudice ha rivendicato il progetto politico del movimento — definito “governo di liberazione” — e ha respinto ogni accostamento tra De Luca e il malaffare: “Sono affermazioni gravi, che non solo non trovano alcun riscontro, ma offendono un percorso politico e amministrativo che ha dimostrato esattamente il contrario”.

Su De Luca, Lo Giudice insiste sul bilancio amministrativo: cinque mandati da sindaco, quella che chiama la prova dei fatti contro “chi fa politica con le parole”. L’argomento è noto, la sua efficacia retorica indiscutibile. Ma il punto sollevato da Avs non riguarda De Luca in quanto sindaco: riguarda la compatibilità di un’alleanza con chi accoglie, senza riserve pubbliche, un consigliere con una condanna in primo grado per corruzione elettorale sulle spalle.

Il nodo che nessuno vuole sciogliere

Sullo sfondo c’è una questione strutturale del centrosinistra siciliano che il caso De Luca rende visibile ma non esaurisce. Avs nella sua nota cita anche “la mortificante campagna acquisti dei fuggitivi dalla Dc di Cuffaro” e i comuni sciolti per mafia: una mappa dell’ambiguità che attraversa il campo largo molto al di là di Sud chiama nord. La coalizione si trova stretta tra due esigenze opposte: allargare la base per essere competitiva alle regionali, e mantenere una coerenza di valori che la distingua dal centrodestra.

Il Pd, destinatario principale dell’ultimatum di Avs, non ha ancora risposto pubblicamente. È un silenzio che dice più di qualsiasi dichiarazione: il partito di Schlein in Sicilia sa che escludere De Luca significa perdere un pezzo di elettorato messinese e catanese, e includerlo significa esporre il fianco alle accuse di incoerenza da parte dei partner. Un classico dilemma della politica delle alleanze, aggravato dal fatto che la deadline non è più solo elettorale: è diventata reputazionale.