Il “modello Albania” e il tempo perduto: quando l’ideologia frena la realtà
Edi Rama e Giorgia Meloni (foto governo.it)
Il verdetto, seppur non ancora definitivo, suona come una doccia fredda per chi sperava di affossare l’intesa tra Roma e Tirana a colpi di carte bollate. Le conclusioni dell’avvocato generale della Corte di Giustizia UE, Nicholas Emiliou, ci dicono una cosa molto semplice: il Protocollo Italia-Albania è pienamente compatibile con il diritto europeo. Eppure, per arrivare a questa ovvietà, abbiamo dovuto sprecare due anni e mezzo in un limbo fatto di rinvii, sentenze ostative e scontri frontali tra governo e magistratura.
È una storia di tempo perso, quella del piano migratorio italiano. Mentre l’Europa intera iniziava a guardare a questa intesa come a un laboratorio di innovazione — un modello da studiare e, perché no, copiare — in Italia una parte della magistratura alzava le barricate. Il copione è stato quasi sempre lo stesso: decreti di trattenimento non convalidati, letture delle norme europee portate all’estremo e una costante ricerca del cavillo per dimostrare che gestire i rimpatri fuori dai confini nazionali fosse un peccato originale giuridico.
Oggi, però, la prospettiva cambia radicalmente. Il parere giunto dal Lussemburgo mette i puntini sulle “i”: non esiste alcun divieto per uno Stato membro di istituire centri di rimpatrio in un Paese terzo, a patto di garantire i diritti fondamentali. È una smentita sonora per quel fronte della giustizia che aveva ipotizzato violazioni sistematiche del diritto comunitario. Viene chiarito, inoltre, un punto fondamentale che smonta gran parte della narrativa dell’opposizione giudiziaria e soptattutto politica: il migrante che chiede protezione non ha un diritto automatico a stare fisicamente sul suolo dell’Unione durante l’esame della sua domanda.
L’amarezza della Meloni
Il paradosso è tutto qui. Per trenta mesi il meccanismo è rimasto inceppato a causa di interpretazioni che Giorgia Meloni ha definito, con una punta di amarezza, “forzate e infondate”. Nel frattempo, l’Italia è stata costretta a gestire l’emergenza con le mani legate, mentre i partner europei osservavano questo braccio di ferro interno con crescente perplessità. Se oggi il “modello Albania” è considerato un pilastro della nuova strategia UE contro l’immigrazione illegale, lo si deve alla tenacia di un asse politico che non ha ceduto, nonostante i tentativi di sabotaggio.
Anche le parole di Edi Rama pesano come macigni. Quel “all’Italia diciamo sempre sì” non è solo una battuta di spirito tra alleati, ma la conferma che l’accordo poggia su una base diplomatica solidissima, che avrebbe meritato più rispetto e meno ostruzionismo ideologico.
Ora non resta che attendere la sentenza formale. Ma il segnale è già nitido: la politica migratoria ha bisogno di coraggio e soluzioni concrete, non di veti incrociati che servono solo a bloccare il Paese. Resta il rammarico per due anni di stallo, un tempo infinito durante il quale la gestione dei flussi avrebbe potuto prendere una piega diversa. La speranza è che questo parere metta fine alla stagione dei pregiudizi, restituendo alla politica il diritto di governare e alla giustizia il compito di vigilare, senza però pretendere di sostituirsi alla sovranità dello Stato.
