Giarrizzo, il patriota dimenticato: Varsalona lo restituisce alla storia
Redazione 23 Aprile 2026Nel suo saggio, Luigi Varsalona ricostruisce la parabola dell’intellettuale siciliano del Risorgimento, tra slancio repubblicano, crisi della fede e disincanto verso l’Italia unita.
di Rosario Mancino
Nel pozzo di inconsapevolezza, in cui il nostro tempo rischia di precipitare, l’unica fiammella di speranza per restituire prospettiva al divenire storico rimane il vizio della memoria, non per rintracciare, corrivamente, i segni rivelatori del presente, bensì per comprendere in che modo esso si riveli nei segni distintivi e profondi recati dalle circostanze e dai protagonisti del passato.
Tra quest’ultimi, un ruolo di rilievo vi ebbe – negli anni in cui prendeva forma un Paese totalmente nuovo, esito dell’epica fase risorgimentale – Alfonso Giarrizzo, di cui Luigi Varsalona ci restituisce un profilo biografico (Alfonso Giarrizzo. Un patriota intellettuale siciliano del Risorgimento, Carlo Saladino editore, euro 40,00) assai accurato, grazie anche all’utilizzo di una gran messe di scritti e documenti ad opera dello stesso Giarrizzo.
Egli fu una figura finora minore, ma non per questo meno emblematica di quella temperie culturale e politica che ebbe l’abbrivio con la nascita dell’Italia unita. Un Paese nel quale lo iato tra le aspettative, proclamate, e il disincanto, cocente, di quel processo costituente aveva innescato, negli anni, uno stato d’animo di disagio che si era insinuato in tutti coloro che, a fronte degli arditi ideali risorgimentali vagheggiati, si trovava ad amareggiarsi alle molto più concretamente prosaiche realizzazioni del nuovo Stato.
Un patriota tra fede e disincanto
Giarrizzo, nato nel 1840 a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta, studia presso l’ordine domenicano come novizio, dove probabilmente lo coglierà, nel maggio 1860, la notizia dello sbarco garibaldino a Salemi e della tumultuosa avanzata, lungo la Penisola, delle camice rosse.
Non sappiamo se quell’evento epocale sia stata la causa scatenante della sua rinunzia al sacerdozio, è tuttavia probabile che a quell’epoca fosse già all’opera, sebbene a tutt’oggi se ne disconoscano le intime motivazioni, il tarlo del dubbio che lo condurrà nel dicembre 1867 a palesare manifestamente, nella lettera aperta a Pio IX, la completa presa di distanza, anche emotiva, dalla dottrina cattolica e dal suo massimo interprete, vale a dire il Papa.
In ogni caso, fu una maturazione graduale ma progressiva, quella di Giarrizzo, alla luce delle tesi esposte nella sua opera prima, pubblicata appena ventunenne, Il Genio del progresso politico in Italia. Nel libro Giarrizzo, ancora imbevuto della sua fede cattolica, prova a rendere leggibile il divenire della Storia – il cui epifenomeno nell’Italia a lui coeva si rivelò essere il prodigioso compimento dell’Unificazione – attraverso, l’esplicarsi di una Provvidenza che se lega in un inscindibile binomio Religione e Libertà, se ne arroga tuttavia il disegno, poiché “rispetto alle proprie opere – osserva Giarrizzo – l’uomo è come se ci mettesse la materia, il mezzo, mentre la Provvidenza vi ha messo l’idea, il fine”.
Tuttavia la profonda crisi dottrinale, allontanando per sempre Giarrizzo dalla professione della fede cattolica, lo proietterà in quella sfera materiale del bisogno e della necessità, nella quale la Provvidenza si svestirà di ogni connotato trascendentale per acconciarsi a divenire il motore della trasformazione sociale.
L’impegno politico e l’ideale repubblicano
Non è, ovviamente, questa la sede per analizzare il credo economico e sociale dell’ex novizio. Basta sapere che ciò che affannava i pensieri di Giarrizzo era l’Inquietudine per la direzione sempre più codina impressa dalla monarchia sabauda alla conduzione politica e sociale del Regno. E che egli recalcitrava al nuovo andazzo delle cose – contrariamente a chi si adeguerà, aderendo perfettamente alla pelle del nuovo potere nazionale – tanto da mortificare le proprie aspettative economiche e di carriera al servizio della causa mazziniana per la nascita di una Repubblica italiana.
Una posizione politica, quella di Giarrizzo, che si muove, sì, in uno scenario nazionale, che ne farà uno dei collaboratori di Mazzini – raggiungendolo a Londra, da cui nel 1866 tornerà in Italia per arruolarsi volontario al seguito delle truppe garibaldine impegnate nella sfortunata Terza Guerra d’Indipendenza – e che purtuttavia rappresenta il simbolo di una generazione di siciliani che si sentono traditi da uno Stato unitario che, nei fatti, si rivela nell’Isola autoritario e socialmente retrivo. Del resto, ancora nel 1873, Giarrizzo non esiterà a denunciare dalle colonne del periodico La Trasformazione che egli aveva fondato a Messina “Ecco lo stato della Sicilia. E potete dire a chi vi muor di fame e spira dagli occhi una giusta indignazione – aspetta, va; incolla sulle tue spalle il sacco a pane della pazienza: noi discutiamo sul tuo avvenire?”.
Le promesse tradite dell’Unità
E’ chiaro che quel disincanto si era nutrito a lungo dell’ambiguità che nell’Isola aveva aleggiato nella spedizione garibaldina dalle forti tinte sociali, ma che in realtà celava l’improntitudine politica di Garibaldi e dei suoi, i quali attraverso i decreti sull’abolizione della tassa sul macinato, sui dazi sui cereali, su una serie di tasse borboniche e, soprattutto, sulla divisione dei demani comunali, avevano spinto parte dei siciliani a richiedere un rinnovato assetto sociale, attraverso anche nuove forme di partecipazione politica.
Speranze e auspici soffocati però dalle forze conservatrici – con a capo l’aristocrazia terriera – che ancorate a una difesa ad oltranza dei propri privilegi e guarentigie, riconobbero nel progetto cavouriano, formalmente liberale ma socialmente retrogrado, il formidabile vindice dei propri interessi di classe, messi in Sicilia così duramente alla prova.
Risultato ne fu il consumarsi di un’insanabile irriducibilità, nel movimento risorgimentale, tra la fazione moderata – per la quale l’Unità doveva avere come supreme coordinate ideologiche il liberismo economico e il liberalismo politico, considerando l’Italia un importante snodo del nascente sistema capitalistico – e la parte democratica, per la quale quella storica conquista, avrebbe dovuto rappresentare semmai l’abbrivio per la costruzione di uno Stato con una impronta politica meno elitaria e non con così smaccate diseguaglianze sociali.
Conflitti politici e incomprensioni dello Stato
La sconfitta della componente democratica scontava peraltro l’egemonia già conseguita dall’ala moderata dopo i moti del 1848, quando gli stati maggiori della rivolta usciranno sconfitti dalla partecipazione a quei movimenti irredentistici, schiacciati nei vari Stati preunitari d’Italia anche dalle richieste delle forze popolari, che reclamavano misure di natura sociale a una classe dirigente insensibile a coniugare la questione sociale con quella nazionale.
Motivo per cui l’assenza, per lungo tempo ancora, nelle classi popolari, di una propria soggettualità politica oltre alla inesistenza di un vero e proprio esercito nazionale, non poteva che avere come diretta conseguenza che uno degli Stati che formavano quella che appariva essere allora nient’altro che una espressione geografica, potesse infine comporre ad unità il mosaico della comune patria, sotto il proprio usbergo militare, ma soprattutto politico.
E vi riusciranno – per cause che in questo scritto non è possibile trattare – i Savoia, che ebbero dalla loro parte un fine stratega in Camillo Benso di Cavour. Che, con estrema abilità, pose il problema della nazionalità non più sul piano rivoluzionario delle congiure e dei moti, ma su quello ben più realistico e, tuttavia, assai meno inclusivo, al concorso popolare, della diplomazia dei governi europei.
Rivoluzione, repressione e ambiguità
Giarrizzo, di estrazione piccolo borghese, incarnava quindi l’insofferenza che si radicava profondamente in chi avvertiva che l’unica soluzione, per uscire da quel marasma, non potesse che essere un evento dirompente e risolutivo come la Rivoluzione. Rivolgimento a cui egli, d’indole non giacobina né marxista, non affidava tuttavia alcuna nemesi storica o sociale, esaltandone invece l’autentica matrice popolare “Che spettacolo sublime – scriveva nell’ottobre 1871 ne La Trasformazione, il cui primo numero comparirà nel giugno dello stesso anno – è una rivoluzione di popolo, ma fatta per fede, coronata da giustizia – non di vendetta o d’anarchia come è quella che suscitano i reo le fazioni, peggiori d’ogni regia iniquità”.
L’opposizione alla monarchia sabauda del Giarrizzo si giocava, quindi, su un piano prettamente politico basato sulle parole d’ordine di Mazzini e su un metodo che tuttavia risentiva ancora di quell’aurea di carbonarismo sulla quale si era fondata l’opposizione ai Borboni. Ciò che indurrà le autorità italiane a bollare arbitrariamente il giovane mazziniano come mafioso.
Mafia, politica e persecuzione
Autorità che in Sicilia, con estrema sprovvedutezza, riunivano in quegli anni in un identico fascio oppositori politici e delinquenza di stampo mafioso, come nel caso del prefetto di Palermo Filippo Antonio Gualterio che, nell’aprile 1865, nello stilare il primo documento ufficiale in cui compariva il nome della mafia aveva accomunato, con avventata sicumera come parti di un’unica organizzazione, i militanti di posizioni ideologiche contrarie all’ordine costituito con gli affiliati all’organizzazione mafiosa, ancorché egli avesse assunto la carica prefettizia appena dieci giorni prima.
E’ lampante quindi l’assoluta incomprensione, da parte dei rappresentanti del nuovo apparato statale, a decifrare ancora correttamente lo stato della sicurezza pubblica in Sicilia, alimentando una indistinzione, non solo lessicale, tra quella parte di opposizione politica – (borboni, clericali, mazziniani) che, proponendo un modello di Stato radicalmente alternativo a quello appena costituito, mutuava forme cospirative non ancora dismesse, risalenti ai tempi dei Borboni – e l’organizzazione di stampo mafiosa omologabile, ma non certo assimilabile, all’eversione politica, se non per via della segretezza, dell’omertà e dei riti d’affiliazione.
Gli ultimi anni e la memoria storica
Rientrato dalla Francia nel 1871, dopo essere stato sulle barricate in difesa della Comune di Parigi, Giarrizzo verrà quindi perseguitato dalla questura di Messina con l’accusa di quell’infamante stigma. Giarrizzo, etichettato oramai come eversivo, trascorrerà gli anni dal 1871 al 1873 alla direzione de La Trasformazione – definito nel volume del Varsalona importante punto di riferimento del partito democratico repubblicano in Sicilia – di cui è possibile leggere gli articoli, tratti dai numeri a noi pervenuti.
Nell’antologia ragionata curata da Varsalona, si possono rintracciare le vicende della cronaca politica e sociale di quegli anni, segnati dalla fallace pretesa del fronte democratico, su cui aveva scommesso lo stesso Crispi abiurando all’idea di un’Italia repubblicana, di poter realizzare un’effettiva unità nazionale della borghesia che superasse il blocco storico – così lo definirà alcuni decenni dopo Antonio Gramsci – consolidatosi all’interno del nuovo assetto statale tra i gruppi dell’agraria meridionale e quelli dell’aristocrazia finanziaria settentrionale.
Il disincanto finale
Su tale fallita attuazione del programma democratico, troppo angusto – per le assai minoritarie forze che sarebbe stato invece necessario coinvolgere – e velleitario – per via dell’effettiva egemonia che una classe come la borghesia poteva allora dispiegare nel Paese, s’innestavano le amare riflessioni di Giarrizzo sul decennio appena trascorso dalla tanto agognata Unità, considerate le coeve condizioni di carattere morale (“Chi di noi può negare che la maggior parte di quella falange che un tempo cospirò con Mazzini dietro aver promesso mari e monti, siano ad oggi dietro aver rinnegato il proprio maestro faccendieri – apostati – ministri e qualche cosa di peggio?”) e politico (“Che cosa è la monarchia costituzionale? E’ una macchina mostruosa che si muove senza alcuna conclusione; è una catena che cinge la società e l’assottiglia; è una gerarchia che penetra in tutti i sensi nella vita sociale, intisichendola; è una bugia tra governi; è una maschera or piacevole or orrida che giuoca con i popoli; è una promessa che mai si adempie”).
Chiuse le pubblicazioni de La Trasformazione, le notizie su Giarrizzo diventano sempre più frammentarie. Sembra che egli fosse divenuto il segretario di uno dei figli di Garibaldi, Menotti, ancorché più documentata appare la collaborazione stretta con un deputato democratico, il catanese Martino Speciale, così come peraltro comproverebbe l’attestazione della qualifica di scrivano straordinario presso la Camera risultante dal certificato di morte, avvenuta nell’aprile 1882 dopo alcuni anni trascorsi tarlato dal parkinson. Appena in tempo per non dover assistere all’ulteriore involuzione politica e morale che l’Italia monarchica avrebbe dovuto subire, con il cambio di segno politico, dalla Destra alla Sinistra storica.
Eredità e significato di una parabola
Anni contrassegnati dal trasformismo – effetto, e non causa come taluni professano, della scadente amalgama composta dalle distinte realtà regionali con cui era stato cementato il frammentato puzzle emerso dalle lotte risorgimentali – e dalla criminalità – che, nella Sicilia di Giarrizzo, assumeva oramai le vesti della tracotanza mafiosa, di cui la commissione parlamentare d’inchiesta nel 1876 ne aveva certificato l’ormai innegabile presenza, seppure con qualche accomodante distinguo.
Anni nei quali, inoltre, ci si assuefarà alle pratiche del malaffare e del malcostume politico di un Paese che, agli occhi di molti italiani disillusi, era divenuto meschino, corrotto e malgovernato, per via dei guasti recati dal sistema parlamentare e dalle sue degenerazioni, tanto da ispirare nel 1882 l’estro poetico di Giosuè Carducci: Oh non per questo dal fatal di Quarto/ lido il naviglio de’ Mille salpò/ né Rosolino Pilo aveva sparto suo gentil sangue che vantava Angiò.
La parabola umana di Giarrizzo volta al termine, lasciava labili tracce di sé nella storiografia dei primi vent’anni dello Stato unitario – segnati tra il rimpianto di ciò che non era stato e l’attesa di ciò che sarebbe potuto essere dell’epopea risorgimentale – che soltanto l’amorevole cura di Luigi Varsalona, ci ha oggi restituito, tratteggiando a fondo una figura così rappresentativa di quel tempo, grazie anche alla compulsazione di parecchio materiale di prima mano.
Dante, il testimone perfetto
Ne viene fuori il ritratto di un uomo che si consuma per una causa – quella di un’Italia repubblicana da rinnovare economicamente e socialmente sin dalle fondamenta – votata, tuttavia, all’inanità politica. Il suo Ideale, che egli avrà modo di dispiegare con analitica compiutezza nei suoi articoli su La Trasformazione, Giarrizzo lo professerà con assoluta fedeltà, nonostante tutto, nella sua breve esistenza, convinto che “cada fortuna – si legge nell’altra sua, ultima, opera (data alle stampe ad appena ventitré anni) intitolata Dante e Mazzini, ancorché egli non abbia mai scritto la seconda parte dedicata al Maestro – a chi la vuole, a me eternamente basta la gloria della patria ed il sentimento puro e sincero di amarla”.
Ed è lo strazio dell’esilio (che era in fondo lo stesso vissuto da Giarrizzo in quella nuova Patria che lo espungeva, come sovversivo, dalla vita civile, non consentendogli di mettere neppure a frutto il suo vasto sapere nella docenza) toccato in sorte a Dante, quella pena inflitta che era una condanna ma anche un dovuto sacrificio per la causa ghibellina, che il seguace dell’Apostolo dell’Unità sublima, attribuendo, secondo il vezzo di quegli anni, alla Divina Commedia – concepita proprio nel corso del bando da Firenze imposto al sommo poeta – la creazione della nazione italiana. Per Giarrizzo, uomo di rigore morale e di inscalfibile coerenza, Dante appare così il testimone perfetto del modo nel quale un mito può divenire un luminosissimo pungolo per la realtà. Anche quando può riservare un destino inevitabile e tragico.
