Crisi di Hormuz: Trump minaccia fuoco immediato, Teheran incassa pedaggi e Italia prepara cacciamine

La Casa Bianca rivendica il blocco totale delle acque strategiche mentre Moshen Ejei avverte che la Guardia Rivoluzionaria è in agguato e il parlamento di Teheran esamina un piano per esercitare sovranità sul passaggio del Golfo.

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Lo stretto di Hormuz è “sigillato ermeticamente”. Non è una metafora geopolitica: è la parola d’ordine che Donald Trump ha affidato alla piattaforma Truth nelle ultime ore, rivendicando il controllo operativo totale del passaggio attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. “Nessuna nave può entrare o uscire senza l’approvazione della Marina degli Stati Uniti”, ha scritto il presidente americano, aggiungendo che il blocco resterà in vigore “fino a quando l’Iran non sarà in grado di concludere un accordo”.

La dichiarazione non è isolata. In un messaggio distinto, Trump ha ordinato alla Marina di “sparare e distruggere” qualsiasi imbarcazione sorpresa a posizionare mine nelle acque dello stretto, incluse le unità di piccole dimensioni. “Non ci deve essere alcuna esitazione”, ha precisato, annunciando contestualmente che le operazioni di dragaggio sono già in corso e verranno “triplicate”. Un linguaggio da stato di guerra, adottato con la disinvoltura di un comunicato stampa.

Il blocco economico e la Casa Bianca

Sul fronte economico, la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha delineato un quadro di sofferenza crescente per Teheran. Secondo la sua ricostruzione, l’Iran starebbe perdendo cinquecento milioni di dollari al giorno a causa del blocco navale. L’isola di Kharg, principale terminal petrolifero del Paese, sarebbe satura: “Non riescono a far entrare o uscire il petrolio, non riescono neanche a pagare i propri dipendenti”, ha detto Leavitt, descrivendo la pressione come una “leva economica” esercitata direttamente dal presidente Trump.

La stessa portavoce ha smentito con nettezza le indiscrezioni circolate su un possibile cessate il fuoco temporaneo di tre-cinque giorni. “Inesatte”, le ha definite, precisando che Trump non ha fissato alcuna scadenza né indicato un orizzonte temporale per una tregua. Eppure, in parallelo, lo stesso presidente ha lasciato aperta la porta a un nuovo round di colloqui con Teheran già nelle prossime ore, secondo quanto riportato dal New York Post. La contraddizione è apparente: la pressione massima serve da leva negoziale, non da fine a se stessa.

La risposta iraniana: pedaggi e minacce

Dall’altra parte dello stretto, l’Iran ha risposto su due registri distinti. Sul piano istituzionale, il parlamento e il Consiglio supremo di Sicurezza nazionale stanno esaminando congiuntamente un piano per il “controllo sovrano” su Hormuz: lo ha riferito Fadahossein Maleki, membro della commissione per la Sicurezza nazionale e la Politica estera. Chi prenderà la decisione finale non è ancora stato stabilito, segno che il processo è ancora in itinere. Nel frattempo, Teheran ha comunicato che i primi proventi del pedaggio imposto alle navi in transito sono stati versati alla Banca centrale iraniana: un gesto simbolico quanto concreto, che segnala l’intenzione di trattare il passaggio come territorio sotto giurisdizione propria.

Sul piano militare, il capo della magistratura Mohseni Ejei ha alzato il tono in modo esplicito. Ha ricordato che “tre navi sono state messe in ginocchio” nel passaggio strategico e ha evocato l’affondamento dei cacciatorpedinieri americani Murphy e Patterson come prova della capacità dissuasiva iraniana. “La flotta della Guardia Rivoluzionaria, con i suoi motoscafi e i suoi droni, è in agguato dalle grotte marine dell’isola di Farur”, ha dichiarato, usando un lessico da propaganda militare che tuttavia fotografa una postura operativa reale.

Il ministro Araghchi e la cornice diplomatica

Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha ricevuto l’inviato speciale sudcoreano Chang Byung-ha, offrendo la versione ufficiale di Teheran sulla crisi. La radice dell’insicurezza nel Golfo, secondo Araghchi, risiede nell'”aggressione” di Stati Uniti e Israele durante quella che ha definito “la guerra dei quaranta giorni”. L’Iran, ha sottolineato il ministro, ha agito “ai sensi del diritto internazionale” per difendere la propria sicurezza, scaricando sugli “aggressori” la responsabilità delle conseguenze. Chang ha risposto chiedendo garanzie per la libertà di navigazione e una cooperazione specifica per le navi battenti bandiera sudcoreana: il segnale che anche i Paesi terzi, formalmente estranei al conflitto, iniziano a subire gli effetti concreti del blocco.

L’Onu, da parte sua, ha ribadito la propria posizione per voce del portavoce Stéphane Dujarric: “Il mondo ha bisogno di vedere la libertà di navigazione ripristinata”. Una formula diplomatica che non aggiunge strumenti coercitivi ma certifica il consenso internazionale attorno al principio, indipendentemente da chi lo stia violando.

L’Italia prepara due cacciamine

In questo scenario, l’Italia si prepara a contribuire alla coalizione internazionale impegnata nelle operazioni di sminamento. Il capo di Stato maggiore della Marina, ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, ha illustrato a Rai1 la pianificazione predisposta dal capo di Stato maggiore della Difesa: un gruppo composto da due cacciamine, un’unità di scorta e una logistica. La Marina dispone attualmente di otto cacciamine operativi, dislocati a La Spezia, e il contributo italiano si inserirebbe in una coalizione che comprende Francia, Gran Bretagna e il gruppo congiunto olandese-belga.

Bergotto ha rivendicato la tradizione italiana nello sminamento navale: una capacità sviluppata fin dal dopoguerra, aggiornata tecnologicamente nel corso dei decenni nonostante le unità risalgano agli anni Novanta. “Noi siamo il Paese di riferimento nel campo dello sminamento”, ha affermato l’ammiraglio, usando un tono privo di retorica che la situazione non consente.

Sul fronte interno americano, il Pentagono ha annunciato le dimissioni con effetto immediato di John Phelan, il più alto funzionario civile della Marina statunitense, senza fornire alcuna spiegazione. Un avvicendamento di vertice in piena crisi operativa: la tempistica parla da sola, anche in assenza di comunicazioni ufficiali.