“Le epatiti B e C continuano a causare migliaia di morti ogni anno anche in Italia, spesso in modo silenzioso, attraverso cirrosi e tumori del fegato”. L’analisi di Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di specializzazione in Igiene e medicina preventiva dell’Università degli Studi di Milano, parte dall’ultimo aggiornamento dell’Organizzazione mondiale della sanità e mette a fuoco un paradosso sanitario: patologie prevenibili e curabili che continuano a produrre un carico significativo di mortalità.
Nel 2024 le epatiti B e C hanno rappresentato il 95% dei decessi correlati alle infezioni epatiche, con 1,34 milioni di morti a livello globale e circa 1,8 milioni di nuove infezioni ogni anno. Numeri che collocano queste malattie tra le principali cause di morte evitabile, soprattutto per le complicanze a lungo termine come cirrosi e carcinoma epatico.
Il paradosso terapeutico attuale
“Non è un problema del passato. Eppure abbiamo strumenti che funzionano: vaccino efficace per l’epatite B e terapie che guariscono l’epatite C in oltre il 95% dei casi. Quindi la domanda è inevitabile: perché il problema non è ancora risolto?”, osserva Pregliasco.
Il nodo non riguarda la disponibilità scientifica. Il vaccino contro l’epatite B è consolidato da anni, mentre le terapie antivirali dirette per l’epatite C hanno cambiato radicalmente la prognosi della malattia. Il sistema, tuttavia, mostra limiti nella fase di intercettazione dei pazienti, dove si gioca la partita decisiva.
Diagnosi mancate e ritardi
“La risposta è semplice e scomoda: troppe infezioni non diagnosticate, screening ancora insufficienti e scarsa consapevolezza nella popolazione”. L’elemento critico è la diagnosi tardiva, spesso in fase avanzata, quando il danno epatico è già significativo.
La natura spesso asintomatica delle infezioni nelle fasi iniziali contribuisce a mantenere sommerso un ampio bacino di pazienti inconsapevoli. In questo contesto, i programmi di screening non raggiungono una copertura adeguata, né per fasce di età né per categorie a rischio.
Il nodo della sanità pubblica
“Non è una questione di essere pro o contro la scienza. Qui la scienza è già disponibile. Il nodo è applicarla davvero su larga scala”. Il richiamo è diretto alla governance sanitaria e alla capacità di tradurre evidenze scientifiche in politiche operative.
Servono campagne strutturate, continuative e capillari. L’obiettivo non è sviluppare nuove cure, ma ampliare l’accesso a quelle esistenti e anticipare la diagnosi. Il rischio, sottolinea Pregliasco, è che il sistema sanitario continui a inseguire le conseguenze invece di prevenire le cause.
Prevenzione ancora debole
“Servono campagne più forti, più capillari, più continue. Perché oggi il rischio non è la mancanza di cure, ma la mancata intercettazione dei pazienti”. La questione si traduce in una criticità strutturale della sanità pubblica: la distanza tra potenziale terapeutico e applicazione reale. Una distanza che, in termini epidemiologici, si misura in vite umane. “E questo, in sanità pubblica, è un errore che si paga in vite umane”. conclude Pregliasco.