Rubio incontra Meloni: sul tavolo Libano, Hormuz e la geometria variabile dei rapporti con gli Usa
Il segretario di Stato americano è a Roma per una missione che ha il suo baricentro in Vaticano, ma che testa anche il governo italiano sui dossier militari più caldi: dalla missione multilaterale nel paese dei cedri alla presenza navale nello stretto iraniano dopo la fine del conflitto.
Marco Rubio e Giorgia Meloni
Il segretario di Stato americano è a Roma per una missione che ha il suo baricentro in Vaticano, ma che testa anche il governo italiano sui dossier militari più caldi: dalla missione multilaterale nel paese dei cedri alla presenza navale nello stretto iraniano dopo la fine del conflitto.
Marco Rubio arriva a Roma con un’agenda precisa: ricucire con il Papa dopo le ultime uscite di Trump, sondare Tajani alla Farnesina, e – en passant – fermarsi a palazzo Chigi. Un incontro che la presidenza del Consiglio declassa formalmente a “visita di cortesia”, ma che nella sostanza vale molto di più.
Il cerimoniale dice tutto
La forma, in diplomazia, è sostanza. E il cerimoniale scelto per l’arrivo di Rubio a palazzo Chigi racconta più di qualsiasi comunicato ufficiale. Ad accogliere il segretario di Stato non sarà Giorgia Meloni, ma il suo consigliere diplomatico, Fabrizio Saggio. Sarà lui a condurre l’ospite nella sala dei Galeoni per la stretta di mano davanti ai fotografi, prima che i due passino all’incontro vero. Un protocollo calibrato al millimetro: abbastanza formale da segnalare rispetto istituzionale, abbastanza asimmetrico da ricordare che questo non è un vertice tra omologhi.
La lettura politica è trasparente. In un momento in cui le tensioni con Donald Trump non sono mai state così esplicite, Meloni ha tutto l’interesse a far passare il messaggio che la volontà di disgelo non è partita da Roma. È Washington che ha cercato il contatto. Il viaggio di Rubio in Italia – con il cuore del programma al Vaticano – offre alla premier la copertura narrativa di cui ha bisogno: può ricevere l’emissario americano senza apparire come quella che ha bussato per prima.
Il contesto gioca a suo favore. Il fulcro della missione romana di Rubio è l’incontro con Leone XIII: il segretario di Stato è venuto a portare un ramoscello d’ulivo al Papa dopo le bordate di Trump, l’ultima delle quali arrivata appena il giorno prima. Meloni aveva già difeso pubblicamente il Pontefice al primo attacco; Tajani aveva fatto altrettanto in un secondo momento. Il colloquio a palazzo Chigi potrà quindi ammantarsi di un’aura più simbolica che strategica, il che – nella logica della premier – non è affatto un difetto.
Libano e Hormuz, i dossier sul tavolo
Eppure, al netto del cerimoniale e delle convenienze narrative, c’è una sostanza negoziale che non si può ignorare. E Rubio non è venuto a Roma solo per scattare foto.
Il dossier più caldo è il Libano. La missione Unifil scade a fine anno e il governo italiano deve decidere cosa fare. L’ipotesi che prende corpo è quella di una missione multilaterale che subentri o si affianchi all’attuale struttura Onu. È precisamente su questo fronte che il segretario di Stato potrebbe chiedere a Meloni un impegno concreto. “Gli Usa sanno che gli italiani sono molto radicati in quell’area”, spiegano da palazzo Chigi. Una frase che suona come una premessa alla richiesta, non come un complimento.
C’è poi il dossier Hormuz. Meloni ha già dichiarato la disponibilità italiana a partecipare a una missione internazionale nello Stretto, ma con due condizioni ferme: dopo la cessazione del conflitto e previo passaggio parlamentare. Una posizione che tiene insieme l’atlantismo e il vincolo costituzionale, e che la premier ribadirà anche in questo colloquio, insieme all’ancoraggio europeo come cornice di ogni scelta di politica estera.
La “faccia buona” e il dopo-Trump
C’è infine una dimensione che guarda oltre l’immediato. Rubio, nelle cancellerie europee, è considerato la “faccia buona” dell’amministrazione Trump: più affidabile, più prevedibile, più incline al multilateralismo. Ma Meloni guarda anche più in là. Il vice presidente JD Vance è politicamente più vicino alla sua area culturale e valoriale. Il colloquio con Rubio assume così una valenza che trascende il presente: è anche un investimento sul futuro, sulla rete di relazioni con il Partito Repubblicano americano nel suo complesso.
Nel frattempo, la giornata della premier è stata fitta di incontri internazionali, tutti con un filo conduttore: le crisi aperte, le loro ricadute energetiche e migratorie. In mattinata Meloni ha visto Péter Magyar, il primo ministro eletto dell’Ungheria che ha scalzato Viktor Orbán. Poi Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh, premier del governo di Unità nazionale libico, con cui il colloquio si è concentrato su energia e flussi migratori. Infine Donald Tusk, con il quale si è discusso di difesa dei confini europei e del “difficile negoziato” sul quadro finanziario pluriennale, con la comune difesa della politica agricola e della coesione.
Rubio arriva in questo contesto: l’ultimo appuntamento di una giornata costruita attorno alle fratture del mondo. Non il più importante in agenda, forse. Ma certamente quello con il peso specifico maggiore.
