“Trappola di Tucidide”: il monito di Xi a Trump nel vertice che può cambiare gli equilibri mondiali
Il presidente cinese ha invocato la formula del politologo Graham Allison per chiedere a Washington di non leggere l’ascesa di Pechino come premessa inevitabile di uno scontro, mentre sul tavolo restano aperti i dossier Taiwan, dazi, intelligenza artificiale e guerra in Iran.
Donald Trump e Xi Jinping
Centotrenta minuti di colloqui alla Grande Sala del Popolo, un banchetto di Stato e una visita al Tempio del Cielo: il primo incontro tra Xi Jinping e Donald Trump a Pechino ha prodotto dichiarazioni di facciata distensive, ma ha anche rivelato la profondità delle divergenze tra le due superpotenze.
Al centro, Taiwan – “la più importante questione bilaterale”, nelle parole del presidente cinese – con un avvertimento esplicito: gestita male, potrebbe trascinare Cina e Stati Uniti verso uno scontro aperto. Il vertice – prima visita di un presidente americano in Cina in quasi nove anni – si è svolto il 14 maggio a Pechino, a valle di un’intensa trattativa preparatoria condotta a Seoul tra il segretario al Tesoro americano Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng. La riunione allargata alle due delegazioni è durata mezz’ora in più rispetto all’ultimo incontro bilaterale, svoltosi a Busan, in Corea del Sud. Un segnale, almeno formale, di volontà di dialogo.
Taiwan: il nodo che non si scioglie
È stato Xi a fissare le coordinate più dure. Il presidente cinese ha chiesto a Trump di trattare la questione di Taiwan con “estrema cautela”, precisando che una gestione corretta del dossier può garantire stabilità complessiva alle relazioni bilaterali. Ma il contrario è altrettanto possibile: “Se non sarà gestito correttamente, i due paesi potrebbero scontrarsi o persino entrare in conflitto, spingendo l’intera relazione Cina-Stati uniti in una situazione molto pericolosa”, ha detto Xi, secondo quanto riportato dall’agenzia ufficiale Xinhua.
La questione taiwanese è strutturalmente diversa da ogni altro dossier sul tavolo. Non è una controversia commerciale negoziabile con tariffe o quote. È una questione di sovranità – nella visione di Pechino, irrinunciabile – che tocca l’identità stessa della Repubblica Popolare e il racconto che il Partito comunista costruisce attorno alla propria legittimità storica. La “riunificazione”, nella retorica ufficiale cinese, non è un obiettivo di politica estera: è una promessa costituzionale. E ogni vendita di armi americane all’isola viene letta come un ostacolo deliberato a quella promessa.
Pechino vuole in particolare una riduzione delle forniture militari a Taipei. L’amministrazione Trump ha messo in stand-by un pacchetto da 13 miliardi di dollari per favorire un clima positivo attorno al vertice. Una mossa tattica, che non risolve la questione strutturale. Washington continua a sostenere una politica di “ambiguità strategica” nei confronti dell’isola: né riconoscimento formale dell’indipendenza, né abbandono della capacità difensiva taiwanese. Una posizione che Pechino tollera a denti stretti e che, sotto pressione, rischia di diventare esplosiva.
Sul fronte opposto, Trump ha scelto i toni dell’amicizia personale. Ha definito Xi un “grande leader”, ha ricordato che i due hanno sempre risolto i problemi “molto rapidamente” e al termine dell’incontro ha liquidato il bilancio con un sintetico “ottimo”. Sul commercio, ha promesso reciprocità: “Sono qui per rendere omaggio a lei e alla Cina, guardando con interesse al commercio e agli affari. Sarà totalmente reciproco da parte nostra”.
Dazi, tecnologia e la delegazione dei tecno-oligarchi
Xi, sul fronte economico, ha scelto un registro più dottrinario. Ha richiamato l’idea che gli interessi comuni tra i due paesi “superino le differenze”, critica implicita alla politica aggressiva di dazi e restrizioni sull’export tecnologico portata avanti da Washington. “I fatti hanno dimostrato più di una volta che non ci sono vincitori nelle guerre commerciali”, ha detto il presidente cinese.
La dimensione tecnologica della rivalità è quella che negli ultimi anni ha prodotto le fratture più profonde. Le restrizioni americane all’export di semiconduttori avanzati – in particolare i chip Nvidia destinati all’addestramento di sistemi di intelligenza artificiale – colpiscono direttamente le ambizioni industriali cinesi nel settore dell’IA. Pechino ha risposto con restrizioni sulle esportazioni di terre rare e con investimenti massicci in filiere produttive nazionali, puntando all’autonomia tecnologica entro il 2030. Il confronto, in questo campo, non è una disputa tariffaria: è una competizione per la supremazia tecnologica del prossimo decennio.
Trump era accompagnato da una folta delegazione di imprenditori: Elon Musk (Tesla e SpaceX), Tim Cook (Apple), Larry Culp (GE Aerospace), Kelly Ortberg (Boeing), Jensen Huang (Nvidia). Xi li ha ricevuti separatamente, assicurando che Pechino “accoglie con favore il rafforzamento della cooperazione con gli Stati uniti” e che le aziende americane “avranno prospettive ancora maggiori nel paese”. Un segnale ai mercati, e insieme una pressione su Washington affinché moderi le restrizioni tecnologiche. La presenza di Huang – il cui nome è legato ai chip che Washington vieta di esportare in Cina – ha reso la scena particolarmente eloquente.
I colloqui economici di Seoul avevano già prodotto, secondo Xi, “risultati generalmente bilanciati e positivi”. Bessent e He Lifeng avevano lavorato fino a poche ore prima del vertice per preparare il terreno. Gli esiti concreti delle consultazioni commerciali, tuttavia, restano da verificare nei prossimi giorni.
Il Tempio del Cielo e la grammatica del potere
Al termine della sessione formale, Xi ha accompagnato Trump al Tempio del Cielo – Tiantan in cinese, sito Unesco risalente al XV secolo, cuore della cosmologia politica imperiale Ming e Qing. Non è una scelta casuale. Nella diplomazia cinese, i luoghi non sono mai semplici scenografie.
Il complesso fu costruito durante la dinastia Ming e utilizzato per cinque secoli dagli imperatori per offrire sacrifici al Cielo e pregare per i raccolti. Rappresentava il rapporto tra ordine celeste e governo umano: l’imperatore vi appariva come mediatore, garante di armonia e prosperità. Nella dottrina politica tradizionale cinese, il potere non era un fatto di forza: era una concessione del Cielo, il cosiddetto “mandato celeste”, revocabile quando la cattiva governance o le calamità indicavano la fine del favore divino. Portare Trump in quel contesto significa accoglierlo in uno spazio che evoca la sovranità cinese nella sua forma più ritualizzata e, insieme, nella sua forma più antica.
Il precedente più diretto è la visita del 2017, quando Xi ospitò Trump e la first lady Melania nella Città Proibita: per la prima volta dalla fondazione della Repubblica Popolare, un capo di Stato straniero veniva accolto nel cuore dell’antico potere imperiale in una forma così informale e amichevole. La scelta di allora rimandava alla corte: il centro del potere politico. Il Tempio del Cielo evoca qualcosa di più alto e più antico: l’ordine cosmologico, il mandato a governare in nome del Cielo. Nel 2017 Xi riceveva un ospite. Nel 2025 presenta una dottrina.
Il sito è anche legato alla memoria del disgelo sino-americano. Henry Kissinger – l’architetto del riavvicinamento tra Washington e Pechino negli anni Settanta – lo visitò durante il viaggio segreto del 1971 che aprì la strada alla visita di Nixon, e vi tornò più di una dozzina di volte nel corso della sua lunga carriera diplomatica. L’evocazione di quella stagione non è casuale: la Cina ricorda a Trump che il dialogo tra le due potenze ha radici profonde, e che anche nei momenti di massima tensione è stato possibile costruire un canale politico duraturo.
La “trappola di Tucidide” e il monito di Xi
Nel corso del vertice, Xi ha evocato la “trappola di Tucidide” – formula resa celebre dal politologo di Harvard Graham Allison nel saggio “Destined for War” (2017) – per descrivere il rischio che una potenza emergente e una dominante scivolino verso il conflitto non per scelta deliberata, ma per paura, rivalità e calcolo errato. Allison ha applicato al rapporto sino-americano la lezione della Guerra del Peloponneso: la crescita di Atene come potenza navale e commerciale dopo le guerre persiane aveva generato in Sparta la certezza che lo scontro fosse inevitabile. Secondo Tucidide, non fu la volontà di guerra a produrre il conflitto: fu la paura.
Xi ha insistito sull’idea che i due paesi debbano essere “partner, non rivali”. Il riferimento alla trappola non è ornamentale: Pechino vuole presentare la propria ascesa come un processo che Washington dovrebbe accettare senza tentare di contenerlo. Gli Stati Uniti, al contrario, vedono nella Cina una sfida sistemica – industriale, tecnologica, militare, ideologica. La posizione americana, espressa con chiarezza nei documenti di sicurezza nazionale degli ultimi anni, è che la Repubblica Popolare sia “l’unico competitore con sia l’intenzione che, sempre più, la capacità di rimodellare l’ordine internazionale”.
In questo quadro, la formula di Xi non è una concessione intellettuale: è una rivendicazione. La Cina dice agli Stati Uniti che la loro paura è infondata, che l’ascesa di Pechino non implica la declino americano, che i due sistemi possono coesistere. Washington non è convinta. Ed è esattamente questa asimmetria di percezione – non la volontà di guerra di nessuna delle due parti – che rende la trappola una metafora ancora pertinente.
Il banchetto e la visione di Xi
Al banchetto di Stato serale, Xi ha alzato ulteriormente il registro. Ha definito la visita di Trump un viaggio “storico” e ha sostenuto che il “Grande ringiovanimento della nazione cinese” e il “Make America Great Again” “possono coesistere, completarsi a vicenda e beneficiare il mondo”. La sovrapposizione dei due slogan – l’uno costruito sul nazionalismo cinese, l’altro su quello americano – è retorica, ma non priva di significato: Xi tenta di presentare i due progetti come paralleli e compatibili, anziché come competitivi.
“La relazione tra Cina e Stati uniti è la più importante relazione bilaterale al mondo”, ha detto il presidente cinese. “Dobbiamo farla funzionare e non rovinarla mai”. Ha parlato di “responsabilità storica” e di una “grande nave” da guidare nella direzione giusta in un mondo “in cambiamento e turbolento”. Il lessico è quello della statualità di lungo periodo: Xi non parla da leader che affronta una crisi, ma da leader che gestisce un’epoca.
L’accordo raggiunto – la costruzione di una relazione sino-americana “costruttiva e di stabilità strategica” – è una formula diplomatica ampia, che può contenere tutto e non vincola nessuno. I prossimi mesi diranno se i negoziatori di Bessent e He Lifeng riusciranno a tradurla in misure concrete su dazi, tecnologia e forniture militari a Taiwan. Per ora, tra la coreografia del Tempio del Cielo e le dichiarazioni del banchetto, il vertice di Pechino ha mostrato due leader che si parlano con rispetto e si fronteggiano con determinazione. La distanza strategica resta intatta. Il dialogo, almeno, è aperto.
