Meloni incassa la conferma di Rama: il protocollo Albania resta un pilastro della politica migratoria italiana

Il centro migranti in Albania

Il centro migranti in Albania

Non era la prima tempesta sul “modello Albania” e probabilmente non sarà l’ultima. Ma Giorgia Meloni, anche questa volta, ha atteso la schiarita senza cedere terreno: la risposta di Edi Rama – il protocollo “è qui per restare, per tutto il tempo che l’Italia lo vorrà” – ha trasformato una giornata di fuoco in una nuova legittimazione dell’intesa.

La presidente del Consiglio ha risposto con due sole parole sui propri canali social: “Grazie Edi”. Poche sillabe, ma sufficienti a chiudere una crisi diplomatica aperta in mattinata e a ribaltare la narrativa dell’opposizione.

Tutto era cominciato a Bruxelles, con una dichiarazione del ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha. Interpellato sulla durata del protocollo, aveva detto di non essere “certo” che ci sarebbe stato un rinnovo oltre il 2030, anche in ragione dell’ingresso imminente di Tirana nell’Unione europea. Parole imprudenti – l’Albania conta sul sostegno italiano proprio per accelerare il percorso di adesione – che hanno innescato una reazione a catena.

Tajani smonta la polemica, Hoxha si corregge

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha reagito con pragmatismo: “il 2030 è così lontano”. Poi è arrivata la correzione di Hoxha in persona, via social: aveva risposto al giornalista “partendo dal presupposto che l’Albania a quel punto sarà già uno stato membro dell’Unione europea e quindi la situazione sarà diversa”. Una dichiarazione, ha precisato, che “non deve in alcun modo essere interpretata come un cambiamento della posizione dell’Albania riguardo al protocollo”. Il chiarimento era necessario. Il danno comunicativo, almeno in parte, era già fatto.

L’opposizione italiana non si è lasciata sfuggire l’occasione. Il responsabile dem per le politiche migratorie Pierfrancesco Majorino ha ribadito che quella dei centri in Albania era “un’idea sbagliata, costosa, disumana” e ha parlato di “colpo ulteriore a un modello totalmente fallimentare”.

Il Movimento 5 Stelle ha rovesciato contro Meloni la sua stessa retorica: “Da ‘fun-zio-ne-ran-no’ a ‘chiu-de-ran-no'”, citazione diretta della celebre scansione sillabica con cui la premier, ad Atreju nel dicembre 2024, aveva promesso il successo dell’operazione. Avs ha evocato “un vero e proprio disastro politico, economico e umanitario”. Riccardo Magi di +Europa ha parlato di “sadico esperimento” da 900 milioni di euro trasformato in propaganda. Tutte le forze di opposizione hanno annunciato un’interrogazione parlamentare urgente.

Il progetto si trasforma, l’obiettivo non cambia

I numeri del progetto, a distanza di due anni e mezzo dall’avvio, restano distanti dalle promesse della vigilia. Il protocollo era stato firmato da Meloni e Rama il 6 novembre 2023. Da allora, i migranti effettivamente transitati per le strutture albanesi sono stati una frazione rispetto alle proiezioni iniziali, a fronte di una spesa che si avvicina al miliardo di euro. Il governo, tuttavia, considera il progetto strategicamente irrinunciabile e ha dimostrato di volerlo adattare a ogni ostacolo, piuttosto che abbandonarlo.

Le trasformazioni sono state profonde. La funzione originaria – trattenimento extra-europeo di richiedenti asilo maschili e maggiorenni soccorsi in alto mare – è stata ridefinita dopo lo scontro con la magistratura. I tribunali specializzati in immigrazione avevano negato le convalide dei trattenimenti, ritenendoli incompatibili con il diritto internazionale.

L’esecutivo ha risposto con un decreto-legge sui “paesi sicuri” e con l’adozione di una lista europea analoga. La destinazione d’uso è mutata: da struttura di trattenimento a Centro per il rimpatrio (Cpr) destinato a soggetti già presenti sul territorio italiano. Non un ripiego, nella lettura governativa, ma un’evoluzione verso uno strumento più solido e difendibile sul piano giuridico.

Verso il nuovo Patto europeo sui migranti

La conferma serale di Rama ha permesso al centrodestra di liquidare la giornata. Carlo Fidanza, capodelegazione di Fratelli d’Italia a Bruxelles, ha parlato di “solite pretestuose polemiche” e ha definito il protocollo “un modello concreto di cooperazione internazionale nella gestione dei flussi migratori”.

Una definizione che non è solo difensiva: il governo italiano punta a presentare il meccanismo albanese come anticipazione pratica di ciò che il nuovo Patto Ue sulle migrazioni – e le nuove norme comunitarie sui rimpatri – potrebbero rendere replicabile su scala europea.

È in questa proiezione che risiede la posta politica più alta. Non si tratta soltanto di difendere un accordo bilaterale sotto attacco, ma di accreditare l’Italia come laboratorio di una politica migratoria che altri paesi europei guardano con crescente interesse. La giornata del 13 maggio, nella prospettiva del governo, non ha indebolito quel disegno. Lo ha semmai messo alla prova – e, almeno per ora, il progetto ha tenuto.