Iran e Usa a Doha per il cessate il fuoco: accordo vicino ma non firmato ancora
A Teheran il portavoce del ministero degli Esteri smorza l’ottimismo di Washington mentre i negoziatori si riuniscono nella capitale qatariota per discutere Hormuz, uranio e fondi congelati.
Esmail Baghaei e Marco Rubio
Progressi reali, ma non sufficienti a parlare di accordo imminente. È la sintesi della posizione iraniana, affidata al portavoce Esmail Baghaei, in risposta alle dichiarazioni di Marco Rubio che da Delhi anticipava una possibile intesa “già oggi”.
I dossier sul tavolo restano aperti su più fronti: lo Stretto di Hormuz, le riserve di uranio altamente arricchito, le sanzioni e i fondi congelati. A Doha, intanto, la delegazione iraniana — guidata dal capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi — è al lavoro con il primo ministro del Qatar per tentare di tradurre i progressi tecnici in un’intesa politica.
Il portavoce smorza l’ottimismo di Washington
Baghaei non ha smentito i contenuti circolati nelle ultime ore, ma ha rifiutato con precisione chirurgica la cornice narrativa imposta da Washington. “È corretto affermare che abbiamo raggiunto una conclusione su gran parte delle questioni in discussione”, ha detto il portavoce a Teheran.
“Ma affermare che ciò significhi che la firma di un accordo sia imminente è un’affermazione che nessuno può fare”. Una distinzione sottile ma politicamente rilevante: l’Iran intende gestire i tempi e non subire la pressione del calendario americano. Rubio, dal canto suo, aveva ammorbidito il tono nel corso della giornata: “Non darei troppa importanza alla cosa. Ci vuole un po’ di tempo per ricevere una risposta dall’Iran”.
Il memorandum e il nodo del nucleare
Il testo ipotizzato prevede una proroga di sessanta giorni del cessate il fuoco, la riapertura dello Stretto di Hormuz — chiuso dall’inizio del conflitto con ripercussioni dirette sui mercati energetici globali — e un quadro per ulteriori negoziati sul dossier nucleare. Su quest’ultimo punto Teheran avrebbe accettato di trasferire le proprie scorte di uranio altamente arricchito fuori dal territorio nazionale, a condizione che la consegna avvenga alla Cina.
Una soluzione che tiene Pechino al centro della partita geopolitica e che lascia aperti interrogativi sulla verificabilità degli impegni. L’accordo, secondo i media statunitensi, non sarebbe comunque definitivo: le questioni più spinose — portata e tempi dell’allentamento delle sanzioni, sblocco dei fondi iraniani congelati, limiti alle ambizioni nucleari di Teheran — resterebbero da negoziare in una fase successiva.
Khamenei ferito e le comunicazioni rallentate
A complicare il quadro vi è un elemento di natura operativa. L’intelligence americana, secondo quanto riferito dalla CBS News, ritiene che la Guida Suprema Mojtaba Khamenei — rimasto ferito in un attacco israeliano il primo giorno di guerra — si trovi attualmente in un luogo segreto.
La circostanza renderebbe difficili le comunicazioni con gli inviati negoziali, rallentando di fatto la catena decisionale iraniana. È un fattore che aiuta a spiegare la cautela di Baghaei e i tempi dilatati delle risposte a Washington, indipendentemente dal merito dei negoziati.
Le fratture nel campo repubblicano
Mentre i negoziatori trattano, il fronte interno americano si spacca. I termini noti dell’accordo hanno generato resistenze significative all’interno del Partito Repubblicano. Il senatore Ted Cruz ha definito l’ipotesi “un errore disastroso”. Roger Wicker, presidente della Commissione per le Forze Armate del Senato, ha sostenuto che un cessate il fuoco di sessanta giorni renderebbe “vano tutto ciò che è stato ottenuto con l’Operazione Epic Fury”.
Anche Lindsey Graham, considerato tra i più fedeli alleati di Trump, ha criticato ogni soluzione che lasci l’Iran percepito come potenza dominante nella regione, sollevando una domanda retorica di peso: “Viene da chiedersi perché la guerra sia iniziata”. Trump stesso ha inviato segnali contraddittori nel fine settimana, prima suggerendo che l’accordo fosse imminente, poi dichiarando di aver chiesto ai negoziatori di “non affrettare i tempi”. Una postura che riflette tanto le pressioni interne quanto la complessità del dossier.
