Donzelli esulta, Schlein incassa: le comunali riaprono il duello sul sistema elettorale e sul futuro del governo

Elly Schlein

Elly Schlein

Nessun crollo, nessuna riscossa. Le elezioni amministrative chiuse con un’affluenza del 60% – in flessione di cinque punti rispetto al precedente ciclo – restituiscono un quadro sostanzialmente immobile: il centrodestra tiene, il centrosinistra non sfonda, e Venezia diventa il simbolo di una narrativa che Giorgia Meloni vuole riscrivere dopo le settimane difficili del referendum sulla giustizia.

Nelle città sopra i quindicimila abitanti, le eccezioni alla cristallizzazione dello status quo sono tre: Arezzo, dove il candidato progressista Vincenzo Ceccarelli conquista il ballottaggio grazie anche al 20% raccolto da Marco Donati di Azione – ago della bilancia che vale già un rebus politico; Reggio Calabria, dove Francesco Cannizzaro porta il centrodestra sopra il 70% chiudendo due mandati di amministrazione avversaria; Pistoia, che con Giovanni Capecchi torna al campo progressista. Altrove, la geografia del potere locale non muta.

Venezia e il colpo che cambia il clima

Il caso lagunare è quello che più pesa. Il centrosinistra aveva investito sulla candidatura di Andrea Martella – deputato, profilo nazionale, appoggio corale dei leader del campo largo, da Conte a Renzi, da Bonelli a Fratoianni – convinto che la città potesse diventare la prova generale della rimonta verso le Politiche del 2027. Elly Schlein aveva esplicitamente indicato Venezia come punto di partenza della “riscossa”.

Invece Simone Venturini, trentotto anni, assessore uscente della giunta Brugnaro, supera il 53% già al primo turno, relegando Martella al 37%. L’economista Michele Boldrin si ferma al 3,3%. A Palazzo Chigi il risultato viene metabolizzato come “boccata di ossigeno”, secondo quanto filtrato dall’entourage della premier.

La stessa Meloni, dopo aver scritto in privato al senatore veneto Raffaele Speranzon che una vittoria senza ballottaggio sarebbe stata “mondiale”, affida ai social un messaggio di auguri ai neo eletti che si chiude con un post scriptum di tono ben poco istituzionale: “E anche oggi, il tanto annunciato crollo del centrodestra, lo rimandiamo a domani”. Giovanni Donzelli, responsabile organizzativo di Fratelli d’Italia, è esplicito: “Settimane e settimane che si parlano addosso e gioiscono a sinistra su come è cambiato il vento. Poi arrivano gli italiani, si esprimono, e si svegliano e i loro sogni si infrangono con la realtà dei fatti”.

La legge elettorale entra nel vivo

Oltre la soddisfazione tattica, il risultato di domenica ha una ricaduta diretta sul calendario politico. Questa è, tecnicamente, l’ultima tornata amministrativa prima delle Politiche: ogni valutazione sull’operato del governo, ripete Meloni, va rinviata a quel test. Ma proprio per arrivarci nelle condizioni migliori, il cantiere della riforma elettorale è stato riaperto.

La maggioranza ha deciso di procedere in commissione con una versione rivista della proposta, che prevede l’innalzamento della soglia minima per accedere al premio di maggioranza dal 40 al 42%. Il testo non sarà modificato tramite emendamenti: si presenterà direttamente una versione bis al termine della discussione generale, attesa tra mercoledì e giovedì. Una riunione tecnica degli sherpa è prevista per domani mattina. L’obiettivo dichiarato da Via della Scrofa è il via libera in prima lettura entro l’estate.

Resta aperto il nodo più politicamente sensibile: le preferenze, fortemente volute da Meloni ma avversate da Lega e Forza Italia. La scelta di rinviarlo all’aula non è casuale – lì il voto sarà segreto, e un meccanismo regolamentare della Camera consentirà, una volta incardinato il testo a giugno, di contingentare i tempi nel mese successivo, limitando le possibilità di ostruzione.

Il calendario del voto come variabile strategica

La legge elettorale non è solo questione di regole: è anche la chiave con cui si determina la data del voto. Con il sistema attuale, spiegano i ragionamenti che circolano ai piani alti dell’esecutivo, il rischio di un pareggione – l’incubo dichiarato di Meloni – renderebbe più complessa l’ipotesi di elezioni alla scadenza naturale della legislatura, ovvero a settembre.

Con la nuova legge in vigore, l’anticipo alla primavera non sarebbe più necessario. C’è poi un ulteriore calcolo: un voto anticipato rischierebbe di sovrapporsi alle elezioni comunali in grandi città come Milano e Roma, che il centrodestra teme possano fare da traino negativo per la coalizione. Rinviare significa, in questo scenario, non solo navigare con regole più favorevoli, ma anche evitare effetti di trascinamento indesiderati.

Il centrodestra, dunque, ha “sfangato” – per usare il termine che circola tra i dirigenti di Fratelli d’Italia. Ma la partita vera, quella delle Politiche, è già cominciata.