Iran e Stati Uniti: bozza di pace smentita ma negoziato vivo, Hormuz al centro della trattativa

La televisione di Stato di Teheran diffonde un documento preliminare sull’intesa con gli americani, che la Casa Bianca smentisce definendolo falso, mentre Trump e Rubio confermano che i negoziati proseguono e che progressi sono stati compiuti.

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Lo stretto di Hormuz

Una bozza circola, la Casa Bianca la brucia sul nascere. La televisione di Stato iraniana IRIB pubblica quello che descrive come un memorandum d’intesa preliminare con Washington: ritiro delle forze americane, revoca del blocco navale, gestione iraniana di Hormuz in cambio del ripristino del traffico commerciale entro un mese. La replica americana arriva in poche ore, secca: “Una totale invenzione”.

Eppure Donald Trump, aprendo la riunione di gabinetto, ammette che i negoziati procedono, che “progressi sono stati fatti” e che l’Iran “vuole fare un accordo”. La trattativa avanza nel regime contraddittorio di smentite pubbliche e aperture riservate che caratterizza questa fase del confronto tra le due capitali.

Teheran: nessun accordo senza riscontro

La smentita americana non ha fermato le dichiarazioni iraniane. Ali Bagheri, ex ministro degli Esteri, ha confermato alla stessa IRIB che Iran e Oman stanno negoziando “una nuova procedura” per il passaggio delle navi attraverso lo Stretto. Le condizioni, ha precisato, saranno “completamente diverse da quelle in vigore prima dell’inizio del conflitto”.

La posizione di Teheran è formulata in modo netto: “Finché non raggiungeremo un accordo su tutte le questioni, considereremo di non aver raggiunto alcun accordo”. Il documento di Islamabad – così viene definito il quadro preliminare – non è ancora definitivo, e l’Iran ha chiarito che non intraprenderà alcuna azione senza una “verifica tangibile” degli impegni americani.

Sul versante opposto, Donald Trump ha aperto la dodicesima riunione di gabinetto del suo secondo mandato con toni che mescolano pressione e apertura. L’Iran “vuole fare un accordo”, ha detto, ma “fino ad ora non ne siamo soddisfatti”.

Poi l’avvertimento: “Lo saremo, altrimenti dovremo finire il lavoro”. Trump ha descritto le condizioni iraniane come quelle di un paese sconfitto – “tutto in Iran è scomparso, Marina e Aeronautica incluse” – e ha definito l’economia di Teheran “in caduta libera”, con una valuta “senza valore”. Da questa diagnosi discende, nella logica trumpiana, l’inevitabilità dell’accordo: l’Iran “non ha scelta”.

Rubio: diplomazia prima, ma le altre opzioni restano

Il segretario di Stato Marco Rubio ha modulato il messaggio con maggiore cautela. Seduto alla destra di Trump, ha ribadito che “la preferenza del presidente è sempre quella di negoziare” e che “la diplomazia è sempre la prima opzione”.

Ha riconosciuto che “progressi sono stati fatti”, aggiungendo che “nelle prossime ore e giorni vedremo se altri progressi possono essere compiuti”. Il monito è contenuto nell’ultima frase: “Ci sono altre opzioni a disposizione se la diplomazia non funziona, ma daremo ad essa ogni chance di avere successo”. Su un punto, Rubio non ha lasciato spazio a interpretazioni: all’Iran non sarà mai consentito di dotarsi di un’arma nucleare.

La questione dell’uranio altamente arricchito è stata affrontata direttamente da Trump in un’intervista a PBS News. Washington vuole che il materiale venga trasferito su suolo americano. Il presidente ha escluso qualsiasi alleggerimento delle sanzioni in cambio: “Stanno per rinunciare al loro uranio altamente arricchito non per le sanzioni, nessun sollievo. No, no, niente affatto”.

Sulla sovranità di Hormuz, Trump è stato altrettanto diretto: lo stretto “sarà aperto a tutti” perché si tratta di “acque internazionali”, nessuno potrà controllarlo unilateralmente e gli Stati Uniti “monitoreranno”. Quanto all’Oman, ha tagliato corto: “Si comporterà come chiunque altro”.

Gli Accordi di Abramo come condizione implicita

L’elemento più politicamente denso della riunione di gabinetto riguarda però un’altra partita. Trump ha collegato esplicitamente l’eventuale firma di un accordo con l’Iran all’adesione dei paesi del Golfo agli Accordi di Abramo, il quadro di normalizzazione tra Israele e i paesi arabi avviato nel 2020 durante il suo primo mandato.

“Non sono sicuro che firmeremo un accordo se Kuwait, Arabia Saudita e Qatar non aderiscono agli Accordi di Abramo”, ha detto. Ha aggiunto di stare chiedendo “con forza” questa adesione, definendola “storica” e sostenendo che questi paesi gliela “devono”. Ha citato anche gli Emirati Arabi Uniti, già firmatari degli Accordi, come a indicare che il perimetro dell’iniziativa dovrebbe allargarsi ulteriormente.

Il nesso tra la trattativa con Teheran e la normalizzazione arabo-israeliana trasforma il negoziato su Hormuz in qualcosa di più ampio: un tentativo di ridisegnare l’architettura di sicurezza regionale del Medio Oriente in un’unica operazione diplomatica. Se le tempistiche reggeranno – sessanta giorni per un accordo definitivo, eventuale ratifica ONU – il banco di prova sarà ravvicinato. La distanza tra la bozza diffusa da Teheran e la smentita di Washington misura, per ora, quanto spazio resti da colmare.