Il voto alle donne compie ottant’anni mentre l’aula di Montecitorio si divide sulla parità

A ottant’anni dal primo suffragio universale in Italia la Camera celebra la ricorrenza del due giugno millenovecentoquarantasei tra forti contrasti politici. Le opposizioni denunciano il calo della rappresentanza femminile e la persistenza del patriarcato, mentre la maggioranza rivendica il primato di Giorgia Meloni alla guida del governo.

voto alle donne

L’anniversario dell’ingresso delle donne nelle cabine elettorali italiane restituisce alla memoria l’immagine di un Paese in coda, pacificato ma stremato dai razionamenti della guerra. Il due giugno millenovecentoquarantasei milioni di cittadine esercitarono per la prima volta il diritto di voto, un passaggio storico che la scrittrice Anna Garofalo descrisse con una formula celebre: “Stringevano in mano le schede come biglietti d’amore”.

Ottant’anni dopo, la rievocazione di quella svolta istituzionale nell’aula della Camera dei deputati perde la solennità dell’unanimismo e si trasforma in un aspro confronto politico, specchio delle profonde divisioni che attraversano i partiti sui temi della parità di genere, del linguaggio e della rappresentanza nelle istituzioni.

La contrazione della presenza femminile

Il dibattito odierno si è aperto con l’intervento della capogruppo del Partito Democratico, Chiara Braga, che ha richiamato le parole di Garofalo sulle analogie tra le file per l’acqua del dopoguerra e l’attesa dell’esame elettorale, ammonendo che “i diritti non sono mai conquistati per sempre”. Secondo l’opposizione, l’uscita delle donne dalle pareti domestiche imposta dalla fine del fascismo non ha ancora risolto le diseguaglianze strutturali.

Francesca Ghirra, deputata di Alleanza Verdi e Sinistra, ha evidenziato come l’attuale presenza femminile a Montecitorio superi di poco il trentatré per cento, segnalando il dato critico delle ultime elezioni comunali, dove si sono registrate soltanto nove candidate sindache su settantasette capoluoghi di provincia. “Il patriarcato è vivo” ha affermato Ghirra.

Le proteste del Movimento Cinquestelle

La tensione nell’emiciclo è salita durante la dichiarazione di Gilda Sportiello. La deputata del Movimento Cinquestelle ha sottolineato che in questa legislatura, per la prima volta nella storia repubblicana, la percentuale di donne in Parlamento è diminuita, mentre nei consigli comunali la quota si attesta su tre rappresentanti su dieci.

Al termine del discorso, i parlamentari del gruppo pentastellato hanno esposto cartelli per rivendicare riforme strutturali sulla parità. La replica della maggioranza si è concentrata sulla rivendicazione dei meriti individuali. Grazia Di Maggio, di Fratelli d’Italia, ha celebrato la figura di Giorgia Meloni, definendola una leader cresciuta in un quartiere popolare e giunta alla presidenza del Consiglio “non per concessione o per quote, ma perché votata”.

Il rifiuto della grammatica inclusiva

Sulle dinamiche storiche è intervenuta Simonetta Matone. L’ex magistrato, oggi deputata della Lega, ha ricordato l’epoca in cui alle donne era vietato l’accesso alla magistratura con argomentazioni pretestuose legate alla sfera biologica e domestica. Matone ha tuttavia respinto le rivendicazioni formali della sinistra, definendo “orrenda” la schwa e qualificando le proteste dell’opposizione come sceneggiate parlamentari.

Secondo l’esponente del Carroccio, la vera tutela delle donne si persegue attraverso il contrasto ai femminicidi e la condanna dei modelli familiari patriarcali esterni all’occidente, spostando l’asse del dibattito dai simboli linguistici alla sicurezza reale. Il bilancio della giornata fotografa un Parlamento che, pur celebrando la medesima ricorrenza, esprime visioni inconciliabili sul concetto stesso di emancipazione.