La Fraternità San Pio X rompe con il Vaticano. Nuovi vescovi, Leone XIV: “Atto scismatico”

La cerimonia si è svolta mercoledì nel seminario svizzero nonostante l’appello del Pontefice a desistere. I nuovi vescovi, due francesi, un americano e uno svizzero, incorrono nella scomunica “latae sententiae”. Il cardinale Parolin: “Atto scismatico, ferisce l’unità della Chiesa”.

2026-07-02 02 24 18

La Fraternità Sacerdotale San Pio X ha consumato la rottura con Roma. Nel seminario fondato dall’arcivescovo Marcel Lefebvre, in una prateria della valle del Rodano, quattro sacerdoti sono stati consacrati vescovi senza il mandato pontificio. Un atto che, secondo il diritto canonico, comporta la scomunica automatica – “latae sententiae” – per i consacranti e i consacrati. La cerimonia che si è svolta a Écône (Svizzera) alla presenza di migliaia di fedeli e trasmessa in diretta social e tradotta in sei lingue, ha segnato il punto più alto della frattura aperta cinquantasei anni fa con il rifiuto del Concilio Vaticano II.

I nuovi vescovi sono Pascal Schreiber, svizzero; Michael Goldade, statunitense; Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, francesi. A presiedere il rito è stato monsignor Alfonso de Galarreta, coadiuvato da monsignor Bernard Fellay. Entrambi erano tra i quattro vescovi consacrati nel 1988 da Lefebvre, che per quell’atto furono scomunicati da Giovanni Paolo II e poi riabilitati da Benedetto XVI nel 2009.

La decisione è arrivata nonostante l’ultimo, drammatico appello di Papa Leone XIV. Il 29 giugno, solennità dei Santi Pietro e Paolo, il Pontefice aveva inviato una lettera al superiore generale della Fraternità, don Davide Pagliarani, chiedendo di “tornare sui vostri passi”. “Lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità”, scriveva Leone XIV, avvertendo che l’“atto scismatico” avrebbe privato i fedeli della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei sacramenti. Un invito rimasto inascoltato.

La replica del superiore generale

Nell’omelia, don Pagliarani ha respinto l’accusa di scisma. “Stiamo rompendo con la Chiesa per mantenere la fede? Si tratta di un falso dilemma”, ha detto, secondo quanto riferisce l’AFP. “Apparteniamo alla Chiesa innanzitutto attraverso la fede, attraverso la professione integrale della fede della Chiesa”. Una posizione che la Fraternità ribadisce da decenni: la fedeltà alla Tradizione preconciliare non sarebbe una rottura ma l’unico modo per preservare l’autentico cattolicesimo, di fronte a riforme – dal decreto sulla libertà religiosa all’introduzione delle lingue nazionali nella liturgia – giudicate devianti.

Già il giorno prima della cerimonia, Pagliarani aveva risposto alla lettera del Papa con una replica pubblica, ringraziando per il “tono paterno” ma ribadendo la decisione di procedere. “La scelta e la consacrazione di questi eletti non procede da alcuna volontà di rivendicare un potere di giurisdizione o di stabilire un’autorità parallela nella Chiesa”, aveva scritto il 26 maggio, annunciando i nomi dei quattro prescelti. Un tentativo di distinguere tra l’atto sacramentale – la consacrazione episcopale – e le sue implicazioni giurisdizionali, che per il diritto canonico sono invece inscindibili.

Un conflitto lungo cinquant’anni

Le radici della frattura affondano nel Concilio Vaticano II (1962-1965). Marcel Lefebvre, allora arcivescovo di Dakar, fu tra i protagonisti dell’assise e punto di riferimento dei critici delle aperture al mondo moderno. La sua opposizione si concentrò sulla dichiarazione sulla libertà religiosa, sul decreto sull’ecumenismo, su alcuni aspetti della collegialità episcopale e, successivamente, sulla riforma liturgica di Paolo VI che sostituiva il latino con le lingue nazionali.

Nel 1970 Lefebvre fondò la Fraternità Sacerdotale San Pio X e il seminario di Écône, che divenne il polo di attrazione per quanti, da diversi continenti, rifiutavano i cambiamenti postconciliari. La rottura formale arrivò il 30 giugno 1988, quando Lefebvre consacrò quattro vescovi senza il mandato di Giovanni Paolo II, nonostante una lettera ultimativa del Papa. La scomunica “latae sententiae” colpì tutti i partecipanti.

Benedetto XVI, nel 2009, revocò la scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, aprendo un confronto dottrinale che si protrasse per anni senza esiti. Francesco, dal canto suo, concesse ai sacerdoti della Fraternità la facoltà di confessare validamente e stabilì modalità per il riconoscimento dei matrimoni celebrati nei suoi priorati, nel tentativo di non aggravare la frattura. Aperture che, come dimostrano le ordinazioni odierne, non hanno prodotto la riconciliazione sperata.

La reazione della Santa Sede

Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, ha definito l’atto “di per sé scismatico”. “Sappiamo che le ordinazioni episcopali senza il mandato pontificio rompono l’unità della Chiesa e sono sottoposte anche a delle sanzioni molto precise, che sono fondamentalmente la scomunica”, ha dichiarato. Parolin ha detto di non conoscere “esattamente i tempi e i modi con cui questa scomunica verrà erogata”, trattandosi di una sanzione automatica che non richiede un decreto formale per essere efficace.

“La mia speranza – ha aggiunto – è che, malgrado quanto avvenuto oggi, si possa riprendere il dialogo e si possa davvero trovare una soluzione. Punto fondamentale è quello del Concilio Vaticano II e della sua accettazione. Non si può certamente pensare che la storia della Chiesa si fermi a un certo punto. Il Concilio Vaticano II è una pietra miliare nella sua storia, che va accettato e implementato nella giusta maniera”.

Parolin ha infine ricordato che “come è avvenuto già nel passato con la Fraternità, spero che anche in futuro si possa riprendere questo dialogo”. Un’apertura che lascia intendere come il Vaticano non chiuda la porta a un eventuale ritorno, ma che pone come condizione non negoziabile l’accettazione del Concilio.

I numeri di una frattura globale

La Fraternità San Pio X può contare oggi su 733 sacerdoti, 264 seminaristi, religiose e religiosi distribuiti in diversi continenti, e alcune centinaia di migliaia di laici che dichiarano di farne parte. Le stime parlano di circa 600.000 fedeli in tutto il mondo. Numeri che, pur restando marginali rispetto al miliardo e trecento milioni di cattolici, testimoniano la persistenza di un dissenso che attraversa generazioni e continenti.

Le nuove consacrazioni portano a sei il numero dei vescovi lefebvriani, tutti di fatto scomunicati. La cerimonia si è svolta in un clima di grande partecipazione, con migliaia di fedeli giunti da ogni parte del mondo per assistere a una messa in latino durata circa quattro ore. Un evento studiato per dare massima visibilità alla sfida lanciata a Roma, in un momento in cui la Chiesa cattolica, sotto la guida di Papa Leone XIV, cerca di ricomporre le fratture interne e di affrontare le sfide di un mondo sempre più secolarizzato.

La strada da percorrere

La strada verso una riconciliazione appare ora più impervia che mai. La condizione posta da Parolin – l’accettazione piena del Concilio Vaticano II – è esattamente ciò che la Fraternità rifiuta da cinquant’anni. Don Pagliarani, nell’omelia, ha ribadito che “la professione integrale della fede della Chiesa” è per i lefebvriani l’unico criterio, e che tale professione non coincide con le riforme conciliari. Un abisso dottrinale che né gli appelli paterni né le sanzioni canoniche sembrano in grado di colmare.

Resta da vedere se la Santa Sede, oltre alla dichiarazione di scomunica, adotterà provvedimenti ulteriori, come la dichiarazione formale di scisma o misure disciplinari nei confronti dei sacerdoti e dei fedeli che aderiscono alla Fraternità. Per ora, il Vaticano ha scelto il silenzio istituzionale, lasciando che fosse il cardinale Parolin a parlare a nome della Segreteria di Stato. Ma la posta in gioco, per la Chiesa universale, è alta: l’unità del corpo ecclesiale, la credibilità del magistero conciliare e il rapporto con quelle componenti del mondo cattolico che, pur senza arrivare alla rottura, guardano con simpatia alle posizioni tradizionaliste.