Dazi, ricatti e doppi standard: la strategia del bastone economico secondo Trump

EXPORT importok

Quando la Corte Suprema ha dichiarato illegali i dazi che Donald Trump aveva imposto nel cosiddetto “Liberation Day”, le casse del Tesoro Usa avevano incassato 166 miliardi di dollari, ai quali si sono aggiunti interessi per un totale di 171 miliardi. La sconfitta subita dinanzi ai magistrati ha imposto il rimborso di questi fondi alle aziende americane che erano state costrette a pagare tali dazi.

All’inizio i rimborsi sono stati effettuati a rilento, ma poi sono stati accelerati, anche se si stima che fra gli 80 e i 100 miliardi non siano ancora stati rimborsati. Come abbiamo scritto in queste pagine, Trump è stato tutt’altro che felice della decisione e ha attaccato i giudici ferocemente. La sconfitta, però, non lo ha fermato e, lo stesso giorno dell’annuncio della Corte Suprema, Trump ha usato un’altra legge che gli ha permesso di imporre dazi temporanei fino al 24 luglio.

Con la scadenza di questa seconda ondata di dazi, il presidente Usa ne ha escogitata un’altra, imponendo tasse dal 10 al 12,5 per cento su sessanta Paesi. Il presidente americano ha giustificato questa nuova serie di dazi asserendo che questi Paesi non hanno fatto sufficienti sforzi per proibire l’importazione di prodotti realizzati con il lavoro forzato. In effetti, Trump si è dichiarato protettore dei lavoratori, affermazione che dovrebbe far sorridere, perché in realtà non si è mai preoccupato dei diritti dei lavoratori né, tantomeno, del lavoro forzato.

Se Trump fosse veramente interessato a difendere quei lavoratori abusati, dovrebbe prima di tutto parlarne con Paesi come la Malesia, la Cina, l’India, il Bangladesh e altri, i cui prodotti esportati, quali vestiti, legname, prodotti agricoli, prodotti elettronici, minerari ecc., sono spesso realizzati con lavoro forzato, per spingerli a cambiare rotta. Invece, Trump ha usato la scusa del lavoro forzato per mettere pressione a una sessantina di Paesi, principalmente europei, affinché questi cambino strategia. Tocca a loro risolvere il problema del lavoro forzato perché, per Trump, rappresentano una concorrenza sleale per le aziende americane.

La contraddizione interna: quando il lavoro forzato si nasconde a casa propria

Se Trump fosse veramente interessato a risolvere la piaga del lavoro forzato potrebbe anche guardare a casa sua. In America, per esempio, i carcerati sono spesso costretti a lavorare senza il loro consenso. In Alabama i carcerati sono obbligati a lavorare, poiché queste attività involontarie fanno parte dei loro doveri. In altri Stati del Sud i carcerati vengono anche usati come lavoratori nel settore agricolo, secondo la American Civil Liberties Union (ACLU), l’organizzazione che protegge i diritti civili e le libertà individuali garantiti dalla Costituzione. Secondo l’ACLU, questa situazione viola il Tredicesimo Emendamento, che proibisce la schiavitù e la servitù forzata in America.

La questione del lavoro forzato, usata come pretesto per imporre i dazi, è quindi semplicemente un modo per giustificare il ricorso alla politica del bastone, al fine di colpire i suoi avversari e costringerli a inginocchiarsi, nel tentativo di mitigare gli effetti negativi, come abbiamo riscontrato dopo la prima ondata di dazi. Tanti leader del globo, dopo i primi dazi, si sono presentati davanti a Trump quasi come se stessero chiedendogli l’elemosina. Anche gli alleati europei avevano celebrato il fatto di essere riusciti a negoziare dazi del 15 per cento.

La lezione della storia e la risposta globale: perché contro Trump serve l’asse unito

Gli ultimissimi dazi annunciati da Trump avranno la tipica conseguenza di causare aumenti dei prezzi, colpendo tutti i consumatori, inclusi quelli americani. Lo ha confermato Chrystia Freeland, ex vice prima ministra e ministra delle Finanze canadese, la quale ha lavorato con i governi di Justin Trudeau e Mark Carney, in un’intervista alla Public Broadcasting System (PBS), la rete televisiva pubblica americana. Freeland ha aggiunto che i dazi impoveriscono i Paesi e costringono i consumatori a pagare il prezzo della cecità politica.

Com’è avvenuto con i dazi del “Liberation Day”, che hanno scatenato ricorsi conclusisi con una vittoria davanti alla Corte Suprema, anche questi ultimi tentativi di Trump hanno già causato nuove azioni legali. Il Liberty Justice Center, che aveva rappresentato i piccoli imprenditori nella causa sui dazi del “Liberation Day”, ha presentato un nuovo ricorso. I legali sostengono che l’amministrazione Trump ha agito “in maniera arbitraria” nell’imposizione di dazi a 60 Paesi, senza aver seguito alcuna logica.

Le cause richiedono tempo e non si sa se questa volta arriveranno alla Corte Suprema. Nel frattempo Trump ha usato di nuovo il bastone dei dazi, spingendo i Paesi in questione a iniziare negoziati per ottenere agevolazioni. Questa volta, però, tutti hanno imparato la lezione. Come ha detto Freeland, Trump capisce solo una cosa: la forza. È ovviamente difficile per un Paese piccolo lottare contro la poderosa economia americana, ma è “l’unica maniera”. Freeland cita giustamente l’esempio della Cina che, non solo non si è inginocchiata, ma ha usato il suo potere economico, specialmente il suo quasi monopolio sui minerali delle terre rare, per affrontare Trump sui dazi. Gli alleati europei, attaccati di nuovo col bastone dei dazi, farebbero bene a imparare la lezione cinese, agendo insieme invece di cercare una strada individuale. *Professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.