AfD a valanga in Sassonia: la Germania presenta il conto a Merkel

Angela merkel

Angela Merkel

Il 44 per cento dell’AfD in Sassonia-Anhalt non è soltanto un successo della destra radicale. È, prima ancora, la misura della crisi dei partiti che hanno governato la Germania negli ultimi decenni. Un elettorato che per anni ha votato Cdu, Spd o Verdi oggi usa l’AfD per dire una cosa semplice: così non va.

È questa la notizia politica più importante uscita dalle urne dell’Est tedesco. Non perché il 44 per cento possa essere archiviato come un voto moderato di protesta: l’AfD resta una forza di destra radicale, con posizioni nette su immigrazione, Europa, energia e guerra in Ucraina. Ma perché quel voto non coincide necessariamente con il suo programma. Una parte degli elettori non sta dicendo -voglio l’AfD-. Sta dicendo -non voglio più quelli che hanno governato finora-.

La differenza non è semantica. È politica.

La Cdu, dimezzata, dovrebbe interrogarsi soprattutto su questo: l’elettore conservatore che un tempo affidava alla Cdu anche il proprio malcontento oggi sceglie l’AfD. Significa che il principale partito del centrodestra tedesco ha perso la capacità di rappresentare una parte della protesta prima ancora che questa diventasse radicale.

E qui arriva Angela Merkel. Non perché Merkel abbia -creato- l’AfD, tesi troppo facile per essere seria. Ma perché alcune delle scelte strutturali del suo lungo cancellierato sono diventate il materiale con cui oggi l’AfD costruisce consenso.

L’energia è il caso più evidente. L’uscita dal nucleare e la dipendenza dal gas russo erano sostenibili dentro un modello economico che beneficiava di energia relativamente a buon mercato. La guerra in Ucraina ha fatto saltare quell’equilibrio. I costi della transizione sono aumentati e, nell’Est, possono essere vissuti come il prezzo di decisioni prese a Berlino e pagate altrove.

Poi c’è l’immigrazione. Il 2015 resta una frattura della politica tedesca. Anche chi non condivide la linea dell’AfD può avere maturato la convinzione che integrazione, sicurezza e pressione sui servizi pubblici siano state sottovalutate dai partiti tradizionali.

Infine c’è Bruxelles. L’AfD ha avuto il merito, dal proprio punto di vista, di trasformare ogni vincolo europeo — dall’energia alle politiche climatiche, dalla migrazione alla regolazione economica — in una questione di sovranità nazionale. Dove i partiti tradizionali parlano di necessità e compatibilità, l’AfD parla di conto da pagare.

Narrazione efficace perché intercetta frustrazione reale

Soprattutto nell’Est, dove alla protesta nazionale si somma quella territoriale. La riunificazione ha garantito sviluppo e integrazione, ma non ha cancellato la percezione di essere la parte meno prospera e meno ascoltata della Germania. Invecchiamento, spopolamento, redditi più bassi e declino industriale alimentano un risentimento che l’AfD riesce a saldare con quello sull’immigrazione e sull’identità.

Per questo sarebbe un errore concludere che il 44 per cento dimostri semplicemente che -la Germania è diventata di destra-. La Germania, almeno una parte della Germania, sta diventando soprattutto insofferente verso il proprio sistema politico. E quando i partiti tradizionali non riescono più a dare un nome e una risposta a questa insofferenza, qualcun altro lo fa.

L’AfD, oggi, è quel qualcun altro.

È questo il vero problema per Friedrich Merz e per la Cdu. Non basta denunciare l’estremismo dell’avversario. Bisogna capire perché milioni di elettori siano disposti a usarlo come strumento per punire chi governa. Se la protesta resta senza risposta, ogni tentativo di arginare l’AfD rischia di trasformarsi in una battaglia contro il sintomo.

La lezione della Sassonia-Anhalt, dunque, va oltre la Sassonia-Anhalt. Il lungo ciclo Merkel aveva garantito alla Germania stabilità, crescita, consenso e una certa idea di pragmatismo. Oggi una parte dell’elettorato presenta il conto delle contraddizioni accumulate sotto quel modello: energia, Russia, immigrazione, industria, Europa.

Non è il processo a Merkel. È il processo a un’intera classe politica.

E la sentenza delle urne è severa: quando chi governa non riesce più a convincere gli elettori che le proprie scelte abbiano prodotto benefici, gli elettori trovano qualcuno disposto a trasformare quei costi in una colpa. L’AfD non deve convincere il 44 per cento della Germania di avere la soluzione. Le basta convincerlo che gli altri hanno fallito. È una differenza che Berlino farebbe bene a non sottovalutare.