Condanna in Libia per Almasri: sette anni per le violenze nel carcere di Tripoli
Osama Almasri
Il Tribunale penale di Tripoli ha condannato Osama Najim Almasri a sette anni e quattro mesi di reclusione per violazioni dei diritti dei detenuti nell’Istituzione Principale di Riforma e Riabilitazione della capitale libica. La sentenza prevede inoltre la privazione della capacità legale e dei diritti civili per tutta la durata della pena e per un anno successivo. Almasri, già responsabile delle operazioni e della sicurezza giudiziaria, era ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e di guerra.
La Procura generale libica ha reso nota la decisione tramite la propria pagina Facebook, precisando che il Tribunale ha agito nell’ambito della giurisdizione nazionale al termine di indagini avviate in seguito a segnalazioni di abusi e violenze all’interno del carcere. Gli inquirenti avevano presentato un ricorso pubblico contro Almasri dopo aver raccolto testimonianze di detenuti sottoposti a torture e trattamenti crudeli.
Le accuse e il ruolo di Almasri nelle strutture detentive
Osama Najim Almasri, noto anche come Osama Elmasry Njeem o Almasri Njeem, ha ricoperto un ruolo di vertice nella polizia giudiziaria libica, con responsabilità dirette sulla gestione di strutture come la prigione di Mitiga a Tripoli. Secondo il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale il 18 gennaio 2025, egli è sospettato di aver commesso, ordinato o assistito nella commissione di omicidi, torture, stupri, violenze sessuali e persecuzioni ai danni di migliaia di detenuti dal febbraio 2015 in poi.
Le indagini della Procura di Tripoli hanno riguardato abusi su almeno dieci detenuti e la morte di uno di essi. Le violenze includevano trattamenti degradanti, percosse e condizioni carcerarie incompatibili con gli standard minimi. La sentenza di primo grado rappresenta uno dei rari casi in cui la giustizia libica ha processato un proprio alto funzionario per reati legati alla detenzione, in un contesto segnato da frammentazione istituzionale e milizie armate.
Il caso italiano
La condanna libica arriva a oltre un anno dall’arresto di Almasri in Italia. Il 19 gennaio 2025 l’uomo era stato fermato a Torino su mandato della Corte penale internazionale, trasmesso tramite Interpol. Due giorni dopo, la Corte d’appello di Roma ne aveva disposto il rilascio per vizi procedurali legati alla mancata previa consultazione del ministro della Giustizia. Almasri era stato quindi rimpatriato su un volo di Stato italiano.
L’episodio aveva provocato una netta reazione della Corte penale internazionale, che aveva denunciato la mancata cooperazione da parte dell’Italia, deferendola all’Assemblea degli Stati Parte. Roma aveva motivato il provvedimento con esigenze di sicurezza nazionale e con la presenza di una richiesta concorrente di estradizione da parte delle autorità libiche. Il governo Meloni aveva sottolineato che Almasri rappresentava un pericolo per l’ordine pubblico, giustificando l’espulsione.
Reazioni
La sentenza di Tripoli ha riaperto il dibattito politico italiano. Il vicecapogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Massimo Ruspandini, ha dichiarato che la condanna rappresenta «una sonora lezione per chi per mesi ha imbastito una campagna mediatica e politica con l’unico obiettivo di attaccare il governo Meloni». Secondo Ruspandini, la decisione libica confermerebbe la correttezza della scelta di allontanare Almasri, a differenza di altri Stati che lo avrebbero lasciato libero di circolare.
L’opposizione aveva criticato duramente l’operato del governo, accusandolo di aver sottratto un ricercato alla giustizia internazionale. Il caso aveva anche portato a un’indagine preliminare nei confronti di esponenti dell’esecutivo, successivamente archiviata dal Tribunale dei ministri per quanto riguarda la premier Meloni.
Sfide della giustizia post-Gheddafi
La Libia resta un Paese diviso tra diverse autorità e milizie dopo la caduta del regime di Muammar Gheddafi nel 2011. La prigione di Mitiga, sotto il controllo di forze legate al Governo di Unità Nazionale con sede a Tripoli, è stata più volte denunciata da organizzazioni internazionali per condizioni disumane, detenzioni arbitrarie e violenze sistematiche, in particolare nei confronti di migranti e oppositori politici.
L’inchiesta della Procura di Tripoli si inserisce in un tentativo, ancora limitato, di affermare meccanismi giudiziari nazionali su reati gravi. La collaborazione con la Corte penale internazionale, avviata su referral del Consiglio di Sicurezza Onu nel 2011, non ha finora portato a processi presso l’Aja, rendendo significativo il procedimento interno contro Almasri. Tuttavia, osservatori internazionali rimarcano la fragilità delle istituzioni libiche e i rischi di interferenze politiche o militari.
Implicazioni per le relazioni Italia-Libia
La vicenda ha messo in luce le complessità dei rapporti bilaterali tra Roma e Tripoli, segnati da interessi energetici, gestione dei flussi migratori e stabilità regionale. L’Italia ha più volte invocato ragioni di sicurezza nazionale per giustificare le proprie scelte operative, mentre la Corte penale internazionale ha insistito sulla priorità degli obblighi derivanti dallo Statuto di Roma.
La condanna di Almasri non chiude il capitolo. L’ex funzionario resta privato dei diritti civili e potrebbe affrontare ulteriori procedimenti. Da parte italiana, il deferimento all’Assemblea degli Stati Parte della Corte penale internazionale mantiene aperta una questione di compliance internazionale, con possibili ripercussioni diplomatiche a lungo termine.
La sentenza di Tripoli conferma l’esistenza di elementi probatori su gravi abusi penitenziari, fornendo un elemento di fatto in un dossier giudiziario che attraversa più giurisdizioni e continua a influenzare il dibattito pubblico e istituzionale in Italia.
