Fuoco di Sant’Antonio, il passaggio al nuovo vaccino apre un’ipotesi sulla salute del cuore
I dati raccolti negli Stati Uniti indicano associazioni favorevoli per cardiopatia ischemica, scompenso e fibrillazione atriale, ma non dimostrano ancora un effetto preventivo.
Il vaccino ricombinante contro l’herpes zoster (Fuoco di Sant’Antonio) è associato a un minore carico cardiovascolare rispetto al precedente vaccino vivo attenuato, secondo uno studio pubblicato su Nature Medicine. La ricerca ha seguito 72.920 persone di almeno 60 anni per sette anni e ha rilevato una differenza del 9% nell’indicatore che comprende cardiopatia ischemica, ictus ischemico e scompenso cardiaco.
Il dato richiede però una lettura precisa: quel 9% non significa che siano stati registrati il 9% in meno di infarti, ictus o casi di scompenso. Gli studiosi hanno misurato il tempo medio trascorso senza una diagnosi cardiovascolare e il risultato indica, nel gruppo che aveva ricevuto prevalentemente il vaccino ricombinante, il 9% di tempo in più senza una di quelle diagnosi.
Il confronto tra due campagne vaccinali
Il punto di forza della ricerca è il metodo utilizzato per ridurre una delle principali distorsioni degli studi osservazionali sui vaccini. Negli Stati Uniti, dopo il 2017, il vaccino vivo contro lo zoster è stato rapidamente sostituito da quello ricombinante. Gli autori hanno sfruttato questo passaggio come una sorta di esperimento naturale, confrontando persone vaccinate in periodi differenti ma accomunate dalla scelta di proteggersi dalla stessa malattia.
Il primo gruppo comprendeva 36.460 persone vaccinate tra aprile e settembre 2017: il 98,6% aveva ricevuto il prodotto vivo attenuato. Il secondo, di pari dimensione, comprendeva persone vaccinate negli stessi mesi del 2018, quando il 93,5% aveva ricevuto il vaccino ricombinante.
Il confronto evita in parte il cosiddetto healthy vaccinee bias, la distorsione per cui chi sceglie di vaccinarsi potrebbe avere, indipendentemente dal vaccino, comportamenti più favorevoli alla salute: maggiore attenzione alla prevenzione, migliore aderenza alle terapie e più frequenti controlli medici. In questo caso entrambi i gruppi avevano scelto di vaccinarsi contro lo zoster. La principale differenza riguardava il tipo di prodotto ricevuto.
La strategia non elimina però ogni possibile fattore di confondimento. Le due popolazioni appartengono a periodi diversi e possono conservare caratteristiche non misurate dagli archivi sanitari.
I segnali più netti riguardano il cuore
L’analisi delle singole diagnosi rafforza il segnale per alcune patologie. Il carico cardiovascolare è risultato inferiore del 10% per la cardiopatia ischemica, del 12% per lo scompenso cardiaco e del 7% per la fibrillazione atriale tra chi aveva ricevuto prevalentemente il vaccino ricombinante.
L’associazione con l’ictus ischemico è risultata meno uniforme. Nel complesso il risultato è meno convincente, mentre negli uomini è stata osservata una riduzione del 12%.
Anche la durata dell’effetto merita attenzione. Il vantaggio appariva più marcato nella prima metà dei sette anni di osservazione e tendeva poi ad attenuarsi. I risultati, quindi, non mostrano un effetto costante nel tempo né identico per tutte le patologie cardiovascolari.
La ricerca suggerisce un’associazione, non stabilisce un rapporto causale. È una distinzione centrale per interpretare correttamente i dati.
Dalla prevenzione dello zoster all’infiammazione
Una possibile spiegazione parte dagli effetti già collegati all’herpes zoster. La riattivazione del virus può accompagnarsi a un aumento temporaneo del rischio di eventi cardiovascolari; prevenire l’infezione potrebbe quindi ridurre indirettamente una parte di quel rischio.
Gli autori considerano però anche un secondo possibile meccanismo, legato all’adiuvante AS01 contenuto nel vaccino ricombinante. Gli adiuvanti servono a rafforzare e rendere più duratura la risposta immunitaria. L’ipotesi è che AS01 possa produrre modificazioni persistenti nel comportamento dei monociti, cellule coinvolte nei processi infiammatori, e nell’endotelio, il rivestimento interno dei vasi sanguigni.
Tra i possibili effetti viene indicata anche una riduzione di segnali infiammatori come l’interleuchina-6, molecola coinvolta nei processi che interessano anche il rischio cardiovascolare. Il meccanismo è considerato biologicamente plausibile dagli autori, ma non è stato dimostrato dalla ricerca epidemiologica.
I limiti impediscono di parlare di cardioprotezione
Lo studio non dimostra che il vaccino contro l’herpes zoster prevenga infarti, ictus o scompenso cardiaco. Non è un trial clinico randomizzato: i vaccini non sono stati assegnati casualmente ai partecipanti e le diagnosi sono state ricavate dalle cartelle cliniche elettroniche.
Gli autori hanno utilizzato abbinamenti statistici e numerose analisi di controllo per ridurre le distorsioni, ma non possono escludere che tra i vaccinati del 2017 e quelli del 2018 siano rimaste differenze non rilevate. Il cambiamento nella pratica vaccinale fornisce dunque un confronto più solido di quello tra vaccinati e non vaccinati, senza trasformarlo in una prova sperimentale.
Anche la distribuzione temporale del risultato suggerisce prudenza: l’associazione appare più forte nei primi anni e si attenua successivamente.
Ora servono prove sul meccanismo
Gli stessi ricercatori indicano la necessità di ulteriori studi sui meccanismi biologici e di veri trial clinici prima di attribuire al vaccino una funzione di protezione cardiovascolare. Il risultato apre quindi una linea di ricerca, ma non modifica le indicazioni terapeutiche sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari.
Nella dichiarazione relativa ai conflitti di interesse, due autori risultano avere rapporti di consulenza con GSK. Secondo quanto riportato nella pubblicazione, l’azienda non ha partecipato alla ricerca e ne ha avuto notizia soltanto dopo l’accettazione del lavoro.
Il dato più interessante della ricerca resta dunque la domanda che pone: se il vaccino ricombinante protegge dallo zoster, il suo effetto sul sistema immunitario potrebbe avere conseguenze anche su alcuni processi cardiovascolari? Per rispondere serviranno studi capaci di distinguere l’effetto della prevenzione dell’infezione da quello, ancora ipotetico, prodotto dall’adiuvante e dalla modulazione della risposta immunitaria.
