Il Dna influenza il carattere: individuate 1.263 varianti legate alla personalità

La ricerca ha esaminato i profili genetici e i test psicologici di più di un milione di individui, isolando associazioni con estroversione, amicalità, coscienziosità, nevroticismo e apertura alle esperienze.

dnagenetica

La personalità ha una componente genetica, ma non decide chi siamo: lo mostra uno studio pubblicato su Nature che ha analizzato i dati genetici e i tratti della personalità di oltre un milione di persone. Le varianti individuate spiegano tra il 5 e il 16 per cento delle differenze nei punteggi dei cinque principali tratti psicologici. Il risultato indica quindi un’influenza reale del Dna, ma di natura probabilistica e non deterministica.

La ricerca affronta una domanda che accompagna da tempo gli studi sulla personalità: quanto dei nostri comportamenti dipende dall’ambiente in cui cresciamo e quanto dall’eredità biologica? L’analisi mostra che alcune differenze nel modo di pensare, sentire e comportarsi sono statisticamente associate a differenze misurabili nel patrimonio genetico.

Il carattere nasce da molti geni

I ricercatori hanno analizzato gli SNP, cioè i polimorfismi a singolo nucleotide: variazioni di una singola base nella sequenza del Dna che, quando sono abbastanza comuni nella popolazione, possono essere studiate per individuare associazioni con determinate caratteristiche.

Il Dna umano è per oltre il 99 per cento identico da una persona all’altra. Le differenze riguardano però alcune porzioni della sequenza, nelle quali una base può essere sostituita da un’altra. Gli autori hanno cercato proprio queste variazioni nei campioni genetici provenienti da studi precedenti, nei quali i partecipanti avevano completato questionari sulla personalità.

Il riferimento psicologico utilizzato è il modello dei “Big Five”, uno dei sistemi più diffusi per descrivere i tratti individuali. Comprende estroversione, amicalità, coscienziosità, nevroticismo e apertura alle esperienze.

L’estroversione misura la tendenza alla socialità e all’ottimismo; l’amicalità riguarda altruismo e cooperazione; la coscienziosità il controllo di sé e la diligenza; il nevroticismo l’inclinazione a nervosismo, tensione e frustrazione; l’apertura alle esperienze comprende la predisposizione verso idee nuove, immaginazione e interesse per ciò che è esteticamente significativo.

I punteggi ottenuti attraverso questi questionari tendono a rimanere relativamente stabili nel tempo e vengono per questo utilizzati come indicatori affidabili dei tratti della personalità.

Per collegare i risultati psicologici ai dati genetici, gli autori hanno utilizzato il Genome-Wide Association Study, o GWAS, una tecnica che confronta migliaia di varianti genetiche per individuare quelle associate statisticamente a una malattia o a una caratteristica.

Migliaia di varianti per ogni tratto

L’analisi ha individuato, per ciascun tratto della personalità, in media oltre 16 mila SNP indipendenti associati ai punteggi dei partecipanti. Tra le varianti incontrate con maggiore frequenza, i ricercatori ne hanno individuate 1.263 associate ai cinque tratti.

La distribuzione non è uniforme. Sono 258 le varianti associate all’estroversione, 39 all’amicalità, 131 alla coscienziosità, 709 al nevroticismo e 126 all’apertura alle esperienze.

Il dato più importante riguarda però la quota di differenze spiegata da queste associazioni. Nel complesso, le varianti genetiche individuate risultano associate a una percentuale compresa tra il 5 e il 16 per cento delle differenze nei punteggi dei test.

Questo significa che avere una determinata combinazione di varianti può aumentare la probabilità di manifestare una certa tendenza, ma non stabilisce il comportamento di una persona. Un individuo con più varianti associate all’estroversione, per esempio, non è necessariamente estroverso.

La personalità resta quindi il risultato dell’interazione tra predisposizioni genetiche e altri fattori. Il Dna contribuisce a definire alcune probabilità, non un destino psicologico.

Perché i risultati arrivano adesso

Il nuovo studio affronta anche un limite che aveva caratterizzato per anni la ricerca genetica sulla personalità: il tentativo di trovare uno o pochi geni responsabili di grandi differenze individuali.

Denis Bratko, psicologo dell’Università di Zagabria non coinvolto nella ricerca, ha spiegato a Time che molti studi precedenti non avevano prodotto risultati sufficienti perché cercavano “uno o pochi geni che avessero un effetto enorme”. Il nuovo approccio parte invece dall’ipotesi che i tratti della personalità dipendano dall’azione combinata di un numero molto elevato di geni, ciascuno con un effetto limitato.

È un passaggio importante sul piano metodologico: la complessità del comportamento umano rende poco plausibile l’esistenza di un singolo “gene dell’estroversione” o di un gene capace, da solo, di determinare il nevroticismo. Il GWAS permette di cercare invece l’effetto cumulativo di moltissime variazioni.

Aysu Okbay, genetista comportamentale dell’Università di Amsterdam, ha sottolineato a Nature che gli studi GWAS sulla personalità erano attesi da tempo, anche perché la genetica di altri tratti comportamentali aveva accumulato risultati prima di questo settore.

Gemelli e famiglie separano geni e ambiente

Il problema resta distinguere l’effetto dei geni da quello dell’ambiente. Persone geneticamente imparentate possono infatti condividere anche condizioni di vita: la famiglia, il livello socioeconomico, il luogo in cui abitano e le esperienze della crescita.

Per ridurre questo problema, i ricercatori hanno condotto ulteriori analisi all’interno delle famiglie. Nel primo confronto hanno studiato gemelli dizigoti, che condividono i genitori e gran parte dell’ambiente di crescita, ma non hanno lo stesso patrimonio genetico.

Il risultato ha mostrato che i gemelli con una maggiore predisposizione genetica verso un determinato tratto tendevano a presentare anche caratteristiche comportamentali più vicine a quel tratto. L’associazione è rimasta quindi visibile anche in presenza di un ambiente familiare largamente condiviso.

Un secondo test ha riguardato le coppie genitore-figlio. In questo caso gli autori hanno distinto le varianti presenti nei genitori che erano state effettivamente trasmesse ai figli da quelle che non erano state ereditate.

Il 96 per cento riguarda le varianti trasmesse

Il risultato più netto è arrivato proprio da questo confronto. Le varianti associate alla personalità dei genitori ma non trasmesse ai figli contribuivano solo in misura molto ridotta a spiegare i tratti osservati nei figli. Le varianti associate alla personalità che erano state invece ereditate rappresentavano il 96 per cento delle associazioni individuate nei figli.

Quel 96 per cento richiede però una lettura precisa. Non significa che il 96 per cento della personalità di un individuo sia determinato dai geni ereditati dai genitori. La percentuale riguarda soltanto le associazioni genetiche individuate nello studio: tra le varianti genetiche associate alla personalità dei figli, il 96 per cento delle associazioni era riconducibile alle varianti trasmesse dai genitori.

La distinzione è decisiva perché lascia intatto il ruolo degli altri fattori che concorrono alla formazione della personalità. L’ambiente familiare, le esperienze individuali, le condizioni sociali e il contesto nel quale una persona vive non vengono cancellati dal risultato genetico.

Lo studio aggiunge dunque un elemento alla spiegazione della personalità: le differenze biologiche contribuiscono alle differenze psicologiche, ma lo fanno attraverso migliaia di varianti e con effetti individuali limitati.

Il dato consente anche di rileggere in termini scientifici le somiglianze familiari. Dire che una persona “ha preso il carattere dal padre” o che “è ansiosa come la madre” può contenere una parte di verità biologica, ma non descrive un meccanismo semplice di trasmissione. La genetica della personalità è poligenica: coinvolge molte varianti, ciascuna con un peso ridotto, e produce predisposizioni che interagiscono con l’ambiente.

Il risultato più solido della ricerca non è quindi l’identificazione di un gene capace di spiegare il carattere. È l’evidenza, ottenuta su una popolazione di dimensioni senza precedenti per questo tipo di analisi, che una parte delle differenze individuali nei tratti della personalità è associata al patrimonio genetico e che questa componente può essere studiata attraverso l’effetto combinato di migliaia di varianti.