Il fattore Vannacci: se la dissidenza è solo strategia militare

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Roberto Vannacci

C’è una lettura pigra, che rimbalza tra i corridoi dei palazzi romani e i talk show serali, secondo cui le continue imboscate politiche del generale Roberto Vannacci non sarebbero altro che un clamoroso assist alla sinistra. Dopotutto, la matematica parlamentare e le dichiarazioni incendiarie sembrerebbero confermarlo: ogni sua presa di posizione divergente dalla linea della maggioranza, ogni voto in contrasto con l’esecutivo, viene archiviato come un granello di sabbia negli ingranaggi del centrodestra.

Ma fermarsi a questa superficie significa commettere un errore di sottovalutazione. Significa, soprattutto, dimenticare da dove viene l’uomo col basco.

Al netto del giudizio politico sulle sue idee, c’è un dato oggettivo che non può essere ignorato: Vannacci è un prodotto dei massimi livelli operativi e decisionali delle nostre Forze Armate. E se c’è una cosa che si impara nei corpi d’élite, è che nessuna mossa viene intrapresa senza una rigida, quasi scientifica, pianificazione strategica. È attraverso questa lente – e non quella del semplice calcolo parlamentare – che vanno letti gli ultimi mesi del generale.

Il dissenso come strumento, non come fine

L’obiettivo di Vannacci non è il martirio politico, né tantomeno la costruzione di un’opposizione stabile al governo Meloni. La sua è una manovra di sganciamento guidato, finalizzata a un obiettivo ben più ambizioso: consolidare un consenso personale autonomo, svincolato dalle liturgie e dai recinti dei partiti di maggioranza.

Ogni strappo, ogni dichiarazione controcorrente, non è un capriccio caratteriale ma un mattone posato per costruire l’immagine di un leader che non dipende dai fragili equilibri della coalizione. In questa prospettiva, il dissenso non è il fine, ma lo strumento, l‘autonomia identitaria è il mezzo per accumulare capitale elettorale, la distanza temporanea dal governo è una fase di “raccolta” delle forze. In sostanza, più cresce il peso specifico del generale nei sondaggi e nel Paese, più si alza il prezzo del suo futuro biglietto d’ingresso al tavolo che conta.

La logica proporzionale e il “tavolo delle trattative”

È stato lo stesso Vannacci, d’altronde, a tradire la sua mappa geopolitica interna ricordando che le alleanze si fanno alla vigilia delle elezioni, non prima. Una lezione che profuma di Prima Repubblica e di logica puramente proporzionale: ci si presenta agli elettori con le proprie insegne, forti della propria identità radicale, per poi negoziare da una posizione di assoluto vantaggio.

Non siamo di fronte a una scissione ideologica, ma a un’operazione di puro realismo politico. Il generale sa perfettamente che, da sola, una sua eventuale creatura politica non potrebbe ambire a governare il Paese. Così come sa che il centrodestra, per confermarsi competitivo alle prossime Politiche, non potrà fare a meno di nessuna gamba, specialmente di quella più a destra.

Ecco dove risiede la scommessa. Arrivare alle elezioni non come un comprimario da listone civetta, ma come un alleato indispensabile. Non un corpo estraneo che rompe la coalizione, ma un azionista di minoranza con diritto di veto, capace di condizionare l’agenda del futuro governo.

Quella che molti commentatori liquidano come indisciplina o fuoco amico, assomiglia sempre di più a una marcia forzata, pianificata sulla carta millimetrata. E questa, piaccia o meno, si chiama strategia. Una materia in cui il generale ha dimostrato di non essere affatto un dilettante.