Il Papa a Pavia: tre potenti no per un futuro senza odio, bullismo e guerra

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Papa Leone XIV

Il primo viaggio di Leone XIV in Lombardia ha toccato due centri simbolicamente distanti ma teologicamente contigui: Pavia, città agostiniana per eccellenza, e Sant’Angelo Lodigiano, dove riposa la memoria di Francesca Cabrini. Quattro ore nella Bassa Lombarda, un’ora nel Lodigiano, sotto un sole che ha costretto il Papa ad asciugarsi il volto più volte. Il messaggio è rimasto coerente dall’inizio alla fine: la pace non si costruisce tra le nazioni senza costruirla prima tra le persone.

La prima tappa al centro oncologico

Il programma ha preso avvio al Centro Nazionale di Adroterapia Oncologica, struttura di riferimento europeo nel trattamento dei tumori attraverso fasci di protoni e ioni carbonio. Leone XIV ha incontrato i piccoli pazienti in cura, sostando accanto a loro con gesti misurati e parole dirette. “Dio non vuole che nessuno soffra”, ha detto il Pontefice. La visita al Cnao non è stata un passaggio protocollare: il Papa ha voluto cominciare la giornata dal luogo della fragilità fisica, prima ancora di entrare in contatto con le istituzioni ecclesiali e civili della città. L’istituto pavese, fondato nel 2010 e finanziato dal ministero della Salute e dalla Regione Lombardia, tratta ogni anno centinaia di pazienti con tumori radio-resistenti o localizzati in zone anatomiche critiche. La sua presenza nel programma della visita papale ha segnalato una scelta deliberata: la cura come forma di prossimità, non soltanto come categoria astratta della dottrina sociale della Chiesa.

Pavia, del resto, è città universitaria e scientifica prima ancora che devozionale. Leone XIV ha fatto propria questa doppia identità, tornandovi più volte nel corso della giornata – nell’incontro con la cittadinanza in piazza Vittoria – quando ha esplicitamente richiamato la necessità di “promuovere le scienze” e di opporre all’analfabetismo civico una cultura della dedizione e del servizio. Un Pontefice che cita la ricerca scientifica accanto alle opere di misericordia compie una scelta retorica non scontata, specie in un contesto dove il dialogo tra fede e ragione è ancora percepito, in certi ambienti ecclesiali, come terreno scivoloso.

Le spoglie di Agostino sull’altare

La visita alla Basilica di San Pietro in Ciel d’Oro ha costituito il momento teologicamente più denso della giornata. La chiesa, eretta nell’XI secolo e restaurata nel corso del Medioevo, custodisce l’arca marmorea con le reliquie di Agostino d’Ippona, il vescovo berbero che tra il IV e il V secolo elaborò la sintesi dottrinale destinata a segnare per secoli il pensiero cristiano occidentale. In occasione della visita papale, l’urna con le reliquie è stata collocata eccezionalmente sull’altare maggiore: un gesto riservato soltanto a tre date nel calendario liturgico annuale – il 28 agosto, festa del santo; il 13 novembre, anniversario della nascita; il 24 aprile, giorno della conversione. Leone XIV appartiene all’Ordine degli Agostiniani: la visita aveva dunque una valenza personale oltre che istituzionale.

“Sant’Agostino non è nostro, è della Chiesa e la nostra missione è farlo conoscere nella Chiesa”, ha detto il Papa rivolgendosi ai fedeli presenti in basilica. La frase contiene una distinzione sottile ma significativa: rivendicare Agostino come patrimonio universale, non come proprietà di un ordine religioso, è un gesto ecumenico prima ancora che teologico. L’Ordine degli Agostiniani conta oggi circa tremila religiosi nel mondo, distribuiti in quaranta paesi; Leone XIV, prima di essere eletto al soglio di Pietro, ne era il priore generale. Il ritorno alla tomba del fondatore spirituale dell’ordine ha assunto così il carattere di un pellegrinaggio personale, sullo sfondo di un pontificato ancora nei suoi mesi iniziali.

Ai vescovi della diocesi di Pavia, al clero e alle comunità religiose riunite in basilica, Leone XIV ha rivolto un invito alla perseveranza. La preoccupazione per la secolarizzazione – intesa come progressiva estraneità della società civile ai riferimenti religiosi – attraversa il pontificato come una delle questioni irrisolte dell’Europa contemporanea. Il Papa ha scelto di non affrontarla con toni allarmistici: ha chiesto di non “lasciarsi scoraggiare dalle fatiche, dal contesto secolarizzato e dalle difficoltà nella trasmissione della fede”, invitando a non “scivolare in un atteggiamento negativo e pessimista, incapace di generare vita nuova”. L’accento è caduto sulla vitalità, non sulla difensiva: “Costruire in Cristo ci preserva dal rischio di disperderci e affaticarci in cose secondarie, magari buone, ma che non vanno all’essenziale”. Infine, l’appello alla sinodalità: la “Chiesa cammini insieme, e si rinnovi senza dividersi”.

L’appello a braccio davanti al Duomo

Il momento più politicamente resonante della giornata è avvenuto in piazza della Vittoria, davanti al Duomo di Pavia, nel corso dell’incontro con la cittadinanza. Leone XIV ha abbandonato il testo preparato e ha parlato a braccio, con una sequenza di tre no che ha scandito in forma di tricolon: basta odio, basta bullismo, basta guerra. “Se vogliamo cambiare i tempi, se vogliamo che il mondo viva in pace dobbiamo cominciare con noi stessi”, ha detto il Pontefice. “Vuol dire basta con parole di odio, basta con insulti, con il bullismo. Basta con tutte quelle cose che fanno guerra fra le persone, fra le comunità, fra i paesi. Dobbiamo imparare tutti a essere costruttori di pace e promotori di riconciliazione”.

L’allocuzione improvvisata ha colpito per la sua esplicitezza. Il riferimento al bullismo – termine mutuato dal dibattito sociale contemporaneo, insolito nel registro omiletico – ha inserito la riflessione papale in un orizzonte che comprende i giovani, i social media, le dinamiche scolastiche, prima ancora che la diplomazia internazionale. La scelta di parlare senza appunti ha accentuato il carattere diretto del messaggio, distinguendolo dalle dichiarazioni elaborate dell’apparato curiale. Pavia è del resto una città universitaria con circa ventimila studenti: il pubblico in piazza Vittoria includeva molti giovani, e il Pontefice ha calibrato il discorso di conseguenza.

L’appello alla pace non è isolato nel pontificato di Leone XIV. Fin dalle prime settimane dopo l’elezione, il Papa ha insistito sulla necessità di un cessate il fuoco in Ucraina e sulla soluzione negoziata del conflitto in Medio Oriente. Il discorso pavese ha declinato però il tema su una scala diversa – quella della vita quotidiana, delle relazioni interpersonali, del linguaggio usato nelle piazze fisiche e digitali – intrecciando la dimensione geopolitica con quella etica individuale. È una strategia comunicativa che ricorda per certi versi quella di Giovanni Paolo II, capace di tenere insieme il grande affresco storico e la prossimità con i singoli.

Il degrado civico e le scienze

Nel medesimo incontro cittadino, Leone XIV ha affrontato il tema della partecipazione civica con una franchezza inattesa. L’indifferenza, ha detto, “disgrega la nostra comunità”, rendendo necessario “rinnovare l’attiva partecipazione di tutti alla vita cittadina”. Il richiamo alle forme di “degrado e di analfabetismo civico” ha evocato un problema diffuso nelle città italiane di medie dimensioni, dove il calo della partecipazione elettorale, l’abbandono degli spazi pubblici e la riduzione delle reti associative segnalano una crisi di legame sociale difficile da invertire con strumenti puramente amministrativi. Il Papa ha indicato come antidoto “linguaggi di dedizione e di servizio, che custodiscono piazze, parchi, strade”: una formulazione che recupera la tradizione del volontariato cattolico senza ridursi a essa, aprendo a una partecipazione civica più ampia.

Il riferimento alla scienza, inserito nella parte finale dell’incontro, è stato altrettanto netto. Leone XIV ha chiesto di “promuovere le scienze” e di respingere “le logiche di profitto o di dominio”. Il sintagma – scienze contrapposte al profitto – ha una risonanza precisa nel contesto attuale, caratterizzato dal dibattito sull’intelligenza artificiale, sull’accesso alle cure, sulla finanziarizzazione della ricerca farmaceutica. Un Papa che difende la scienza dalla cattura del mercato compie un’operazione culturale non banale, tanto più significativa in una città che ospita uno degli atenei più antichi d’Europa – fondato nel 1361 – e un istituto oncologico di frontiera come il Cnao.

La patrona dei migranti a Sant’Angelo Lodigiano

Prima del rientro in Vaticano, Leone XIV ha fatto tappa a Sant’Angelo Lodigiano, comune di circa tremila abitanti nel Lodigiano, dove sorge la Parrocchia dei Santi Antonio Abate e Francesca Cabrini. La scelta di chiudere la giornata in questa località, distante circa trenta chilometri da Pavia, ha avuto un significato preciso: Francesca Cabrini – nata a Sant’Angelo Lodigiano nel 1850, morta a Chicago nel 1917, canonizzata da Pio XII nel 1946 – è la patrona dei migranti e degli emigranti italiani nel mondo. La sua vita è stata interamente dedicata all’assistenza dei lavoratori italiani emigrati negli Stati Uniti, in America Latina e in Europa, fondando scuole, ospedali e orfanotrofi.

Leone XIV – primo papa americano della storia, eletto nel maggio 2025, con un passato missionario in Perù e una profonda familiarità con le comunità di immigrati latino-americani – ha dedicato alla Cabrini una riflessione non rituale. “Il fenomeno migratorio, entrato in una fase diversa, sicuramente più complessa” rispetto al passato, “interpella sempre la Chiesa”, ha detto il Pontefice. La frase è densa di implicazioni politiche. L’Europa attraversa da oltre un decennio una crisi migratoria che ha ridisegnato le coalizioni politiche, alimentato i populismi di destra e messo sotto pressione i sistemi di accoglienza. L’Italia è paese di transito e di destinazione, con numeri che oscillano ogni anno tra le tensioni diplomatiche con i paesi di origine e le pressioni degli organismi internazionali.

Il richiamo alla “fase diversa” e “più complessa” del fenomeno migratorio non è una concessione alle retoriche securitarie: è il riconoscimento che le categorie elaborate nel dopoguerra – l’emigrante italiano che parte verso l’America, il lavoratore stagionale che torna ogni estate – non descrivono più la realtà. I flussi contemporanei sono multipolari, le cause sono miste – economiche, climatiche, belliche – e le reti criminali che gestiscono i transiti hanno una complessità organizzativa che le politiche di contrasto faticano a inseguire. La Chiesa, ha ribadito Leone XIV, non può sottrarsi a questa complessità: deve “interpellarsi”, nel senso latino del termine, cioè interrogarsi e rispondere.

La visita lombarda del Pontefice si chiude dunque su una nota aperta. Pavia e Sant’Angelo Lodigiano non sono state scelte a caso: una città agostiniana, culla di una tradizione intellettuale che ha fatto della ricerca della verità il centro della vita cristiana; un paese che ha dato i natali alla più celebre missionaria italiana del XIX secolo. Leone XIV ha usato entrambe le memorie per articolare un magistero che vuole essere insieme fedele alla tradizione e capace di leggere il presente. La domanda implicita che la giornata ha lasciato aperta – come conciliare l’identità cristiana con le sfide della secolarizzazione, della mobilità globale e della crisi civica – non ha ricevuto una risposta sistematica. Ha ricevuto però una presenza: quella di un Papa che ha scelto di cominciare dalla basilica di un dottore della Chiesa e di finire in una parrocchia di provincia dedicata a una suora emigrata in America.