Migranti, l’Italia porta in Europa il modello dei centri in Albania
Il centro migranti in Albania
L’Italia porterà al Consiglio straordinario dei ministri dell’Interno dell’Unione europea la proposta di creare nuovi hub per i rimpatri nei Paesi terzi sicuri, estendendo a livello europeo il modello dei centri realizzati in Albania. Il piano sarà presentato da Matteo Piantedosi e punta a costruire una rete di strutture esterne ai confini dell’Ue per la gestione dei migranti irregolari, con il coinvolgimento dei Paesi di origine e di transito.
La riunione è stata convocata dopo la crisi migratoria esplosa a Ceuta, l’exclave spagnola in territorio marocchino. L’emergenza ha aperto anche un nuovo fronte di confronto tra Roma e Madrid sulle modalità con cui l’Europa deve affrontare i flussi migratori.
Una rete oltre i confini
La proposta italiana prevede la realizzazione di centri in Paesi terzi considerati sicuri, con il ricorso a fondi comunitari. L’obiettivo è trasferire una parte della gestione delle procedure fuori dal territorio dell’Unione e rendere più efficaci i meccanismi di rimpatrio attraverso accordi con gli Stati di origine e di transito.
Una prima rosa comprende Ghana, Senegal, Tunisia, Libia, Mauritania, Egitto, Uganda, Etiopia, Uzbekistan, Armenia e Montenegro. L’Uganda viene indicata tra le ipotesi più concrete. Germania, Austria e Paesi Bassi avrebbero già manifestato interesse per possibili progetti nel Paese africano. Anche il Montenegro è preso in considerazione, ma le valutazioni restano preliminari.
La questione finanziaria è ancora da definire. Roma punta quindi a inserire il progetto nella strategia europea, legandolo agli strumenti comunitari e alla cooperazione con i Paesi coinvolti.
Il nodo dei rimpatri
Il governo italiano chiede contemporaneamente una maggiore applicazione del Patto europeo su migrazione e asilo e l’attivazione effettiva dei rimpatri. Antonio Tajani ha spiegato che l’obiettivo della riunione è costruire “una strategia comune sull’immigrazione” e applicare il Patto, in particolare sul versante delle riammissioni.
Il ministro degli Esteri ha indicato anche la possibilità di creare “nuovi centri modello Albania in vari Paesi africani” e, più in generale, “nei Paesi di origine e di transito”. Per Tajani la linea italiana è “rigorosa e moderata”, mentre quella seguita da Madrid sarebbe in controtendenza rispetto a quella degli altri partner europei.
Il governo intende inoltre rafforzare l’utilizzo del programma Gsp+, che entrerà in vigore dal primo gennaio 2027. Il meccanismo collega le agevolazioni commerciali e tariffarie riconosciute ai Paesi in via di sviluppo alla loro collaborazione nella riammissione dei cittadini che soggiornano illegalmente nell’Ue.
Il precedente dell’Albania
Il progetto europeo si innesta sull’esperienza italiana in Albania. Giorgia Meloni aveva avanzato l’idea di utilizzare strutture esterne all’Unione già alla fine di giugno, dopo l’approvazione del nuovo regolamento europeo sui rimpatri. Ora Roma punta a trasformare quella proposta in un modello condiviso dagli altri Stati membri.
Parallelamente il governo vuole rendere pienamente operativo entro la fine dell’anno il centro italiano di Gjader. Piantedosi ha indicato come obiettivo il “riutilizzarlo nella piena espansione della sua funzionalità entro la fine dell’anno, ma anche prima se si risolvono i problemi e le vicende giudiziarie”.
Il progetto originario prevedeva una capacità molto più ampia di quella finora effettivamente utilizzata: fino a 3 mila persone al mese, per un potenziale di 36 mila migranti all’anno. La struttura avrebbe dovuto consentire procedure accelerate di frontiera per l’esame delle domande di asilo.
Le difficoltà di Gjader
Dal mese di aprile dello scorso anno il sito opera invece esclusivamente come Centro di permanenza per il rimpatrio. Da allora vi sono transitate alcune centinaia di persone, mentre il numero dei rimpatri è rimasto limitato.
Il complesso di Gjader comprende tre strutture. Il centro destinato ai richiedenti asilo dispone di 880 posti, il Cpr di 144 e il penitenziario di 20. Nel porto di Shengjin è stato inoltre realizzato un hotspot per i migranti intercettati nel Mediterraneo centrale e trasferiti a bordo di una nave militare italiana.
L’attuazione del progetto è stata rallentata anche dalle decisioni giudiziarie: i trattenimenti disposti nella struttura non sono stati convalidati dai giudici. La piena operatività del sistema resta quindi legata anche alla conclusione dei passaggi giudiziari necessari.
Lo scontro con Madrid
La crisi di Ceuta ha aggiunto una dimensione politica al confronto europeo. Tajani ha accusato il governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez di seguire una linea troppo permissiva sui flussi e ha sostenuto che “la linea di Madrid è in controtendenza rispetto a quella italiana su cui convergono quasi tutti gli altri Paesi”.
Il ministro della Farnesina ha inoltre criticato quella che definisce la politica del “venite tutti in Europa”, sostenendo che l’Unione non sia in grado di accogliere “tutti, indiscriminatamente”. Tajani ha attribuito a Madrid una “manipolazione ideologica” sul tema dell’accoglienza e ha contrapposto a quella impostazione una politica di cooperazione con i Paesi di origine e transito.
La Spagna ha risposto attraverso il ministro degli Esteri José Manuel Albares. In un’intervista a Tve, Albares ha ricordato che l’Italia in passato è stata “assolutamente inondata di immigranti irregolari”, citando le crisi ripetute di Lampedusa.
Il ministro spagnolo ha chiesto di affrontare Ceuta come una questione europea e ha invocato maggiore solidarietà tra gli Stati membri. Secondo Albares, “ci sono stati alcuni governi che non sono stati all’altezza”, così come alcuni politici e partiti spagnoli che avrebbero assunto posizioni “irresponsabili”. Tra questi ha incluso anche il governo italiano.
La partita europea
Il Consiglio straordinario dovrà quindi confrontarsi non soltanto sull’emergenza determinata dai flussi, ma anche sulla possibilità di trasformare il modello dei centri esterni in uno strumento della politica migratoria comune.
Per Roma il punto centrale resta l’effettività dei rimpatri: creare strutture fuori dall’Ue, utilizzare fondi comunitari e subordinare parte dei rapporti economici alla collaborazione dei Paesi partner. La discussione dovrà però chiarire quali Stati siano effettivamente disponibili a ospitare gli hub, quali risorse possano essere destinate al progetto e quali condizioni giuridiche dovranno accompagnarne il funzionamento. Il confronto con Madrid rende più difficile una posizione europea uniforme. La proposta italiana arriva infatti mentre gli Stati membri devono ancora trovare un equilibrio tra controllo delle frontiere, procedure d’asilo, rimpatri e rapporti con i Paesi terzi.
