Il vertice più rischioso di Trump: Pechino attende il presidente americano con la Cina in vantaggio
Il presidente Usa incontra Xi Jinping a Pechino tra il 13 e il 15 maggio in un clima segnato dalla guerra in Iran, dalle tensioni su Taiwan e da una guerra commerciale appena sopita: la posta in gioco è altissima.
Il presidente della Cina, Xi Jinping e il presidente Usa, Donald Trump
Trump raggiunge Xi in una posizione più vulnerabile del previsto: il conflitto iraniano ha eroso consensi interni, consegnato a Pechino una leva sull’Iran e aperto interrogativi su Taiwan. Commercio, terre rare e dossier geopolitici si intrecciano in un vertice ad altissimo rischio.
Donald Trump è atteso a Pechino dal 13 al 15 maggio per quello che si preannuncia come il vertice bilaterale più complesso e potenzialmente più consequenziale del suo secondo mandato. Gli incontri con il presidente Xi Jinping sono calendarizzati per giovedì e venerdì. Sul tavolo ci sono commercio, energia, Taiwan e la guerra in Iran – un’agenda che definire ambiziosa è un eufemismo. “La posta in gioco è straordinariamente alta”, ha sintetizzato Arthur Dong, esperto di Cina alla Georgetown University. Trump, sul suo social Truth, ha alzato le aspettative: “Accadranno grandi cose per entrambi i Paesi”.
La guerra in Iran cambia i rapporti di forza
Nei giorni immediatamente successivi ai primi attacchi congiunti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, il 28 febbraio, diversi analisti ritenevano che l’offensiva potesse rafforzare la posizione negoziale di Trump nel confronto con Xi. L’ipotesi era che un’azione rapida e risolutiva avrebbe proiettato forza. È andata diversamente. Il conflitto si è protratto ben oltre le quattro-sei settimane previste dall’amministrazione, e il prolungamento ha prodotto effetti opposti a quelli attesi.
I prezzi di petrolio, gas e fertilizzanti sono saliti, trainando con sé il costo della benzina negli Stati Uniti. I livelli di approvazione di Trump sono calati, in particolare tra gli elettori per i quali il costo della vita è una priorità. Diversi sondaggi segnalano anche una crescente opposizione dell’opinione pubblica americana all’intervento. “Questo offre alla Cina un certo grado di leva”, ha osservato Dong alla Cnbc. Pechino è il principale partner commerciale dell’Iran e il suo maggiore acquirente di petrolio. “La Cina avrebbe sicuramente un ruolo da svolgere” se Washington volesse uscire dal conflitto, ha aggiunto l’analista.
Nel frattempo, la settimana scorsa, Pechino ha ospitato il ministro degli Esteri iraniano – primo incontro dall’inizio delle ostilità – dimostrando di essere rimasta canale aperto con Teheran senza schierarsi militarmente. Una posizione che le conferisce peso diplomatico senza costi operativi.
Taiwan: ogni parola sarà soppesata
L’altro grande dossier è Taiwan. Dong ha sottolineato che il prolungamento del conflitto in Medio Oriente ha distolto risorse e attenzione dal Pacifico, creando potenziali vulnerabilità sull’isola. “Se la Cina dovesse prendere in considerazione un attacco, questo potrebbe essere il momento opportuno”, ha detto il professore. Una valutazione che suona meno come previsione e più come avvertimento.
Kyle Chan, esperto di relazioni Usa-Cina al Brookings Institution, ha precisato che Pechino è “estremamente attenta” a qualsiasi modifica nel linguaggio americano su Taiwan. La posizione degli Stati Uniti è storicamente ambigua: riconoscono che Pechino considera l’isola parte della Cina, mantengono con Taipei relazioni commerciali e culturali non ufficiali, e restano deliberatamente vaghi sull’intervento militare in caso di attacco. “A Washington c’è il timore che Trump possa fare dichiarazioni o accettare modifiche linguistiche sulla posizione degli Stati Uniti riguardo a Taiwan che sarebbero in linea con le aspettative di Pechino”, ha spiegato Chan.
Trump, interpellato lunedì alla Casa Bianca, ha confermato che Taiwan sarà toccata: “Viene sempre affrontata”, ha detto, aggiungendo poi di aver paragonato la situazione a quella ucraina e di confidare nel suo “ottimo rapporto con il presidente Xi”. Alla domanda sulla vendita di armi a Taipei, ha risposto: “Il presidente Xi preferirebbe che non lo facessimo, ne parlerò”. Un alto funzionario dell’amministrazione ha tuttavia precisato che non sono previsti cambiamenti nella politica americana sull’isola.
Commercio, soia e terre rare
Le tensioni geopolitiche dominano il dibattito pubblico, ma la Casa Bianca continua a inquadrare il vertice soprattutto in chiave economica. La portavoce Anna Kelly ha definito priorità di Trump “riequilibrare la relazione con la Cina e dare priorità a reciprocità ed equità per ristabilire l’indipendenza economica americana”. Con la delegazione americana viaggeranno i ceo di Tesla (Elon Musk), Apple (Tim Cook), BlackRock (Larry Fink) e Boeing (Kelly Ortberg). Ortberg ha già anticipato che la Cina potrebbe presto ordinare un “grande numero” di aerei, interrompendo una lunga pausa negli acquisti a favore di Airbus. La ceo di Citigroup Jane Fraser ha riferito di un rinnovato interesse degli investitori cinesi.
Gli esperti si attendono possibili accordi sull’acquisto cinese di soia e altri prodotti agricoli americani, la costituzione di un consiglio bilaterale per la gestione del commercio e un gruppo di dialogo sugli investimenti. Tra gli obiettivi strategici c’è anche un’intesa sulle terre rare, materie prime critiche per l’industria dei semiconduttori sui cui controlli all’esportazione Pechino ha stretto le maglie lo scorso anno.
Le aspettative sui risultati concreti, tuttavia, restano contenute. Trump e Xi vogliono “riconfermare il loro rapporto e garantire una certa stabilità”, ha sintetizzato Chan. “Tutto il resto rappresenta un valore aggiunto”. Il contesto in cui si svolge il vertice – con Putin atteso a Pechino pochi giorni dopo la partenza di Trump – dice già molto su chi, in questo momento, guida il gioco diplomatico.
