La crisi di governo che cambia la Gran Bretagna: la rivolta laburista contro Starmer apre la corsa alla successione
Keir Starmer
Keir Starmer prova a resistere alla più grave crisi politica dall’arrivo a Downing Street. Dopo il ciclone legato al caso Mandelson e la pesante sconfitta subita dal Labour alle amministrative del 7 maggio, il premier britannico deve ora fronteggiare una contestazione interna che si allarga di ora in ora. Quattro membri del governo hanno lasciato l’esecutivo chiedendo apertamente al primo ministro di indicare una data per il passaggio di consegne alla guida del partito e del governo. Tra i dimissionari figurano Miatta Fahnbulleh, Jess Phillips, Alex Davies-Jones e il ministro della Sanità Zubir Ahmed.
La pressione arriva anche dal gruppo parlamentare laburista. Oltre novanta deputati chiedono le dimissioni del premier, mentre più di cento parlamentari hanno firmato una dichiarazione a sostegno della sua permanenza, sostenendo che “non è il momento per una lotta per la leadership”. Una larga fascia del partito, tuttavia, non si è ancora espressa. Ed è proprio quell’area di indecisi a rappresentare il vero ago della bilancia della crisi.
Starmer, al termine del consiglio dei ministri, ha ribadito la volontà di restare in carica. A sostenerlo pubblicamente è stato soprattutto il ministro della Difesa David Lammy, secondo cui nessun potenziale rivale dispone oggi dei numeri necessari per vincere un congresso straordinario.
Le dimissioni e la fronda
La rivolta interna al Labour ha assunto nelle ultime ore contorni sempre più organizzati. Sui media britannici cresce la convinzione che le dimissioni di assistenti ministeriali e sottosegretari siano parte di una strategia coordinata per preparare il terreno all’uscita di Starmer senza esporre immediatamente i principali ministri dell’esecutivo.
Secondo indiscrezioni riportate dal Times, alcuni membri di peso del governo avrebbero già invitato privatamente il premier a fissare una scadenza per il proprio ritiro. L’obiettivo sarebbe evitare una lunga guerra interna che rischierebbe di aggravare il crollo di consenso del Labour e favorire il Reform Uk di Nigel Farage.
La sottosegretaria Alex Davies-Jones, nella lettera di dimissioni inviata a Downing Street, ha definito “catastrofiche” le sconfitte elettorali subite in Galles e nel resto del Paese. Un linguaggio che fotografa il clima dentro il partito, dove il timore dominante è che Starmer non sia più in grado di recuperare il rapporto con l’elettorato.
Il premier ha tentato di invertire la rotta con un discorso pronunciato davanti ai ministri e ai parlamentari laburisti. Ha riconosciuto la gravità della sconfitta e ammesso che “i cambiamenti graduali non bastano più”. Ma l’intervento non ha fermato la fronda.
Il ritorno del tema europeo
Nel tentativo di rilanciare la propria agenda politica, Starmer ha annunciato la nazionalizzazione dell’industria britannica dell’acciaio e soprattutto una nuova apertura verso l’Europa. Il premier ha sostenuto che la Brexit abbia reso il Regno Unito “più povero e più debole”, segnando una netta discontinuità rispetto alla prudenza mantenuta finora dal Labour sul tema europeo.
L’unico passo concreto annunciato riguarda il ritorno della mobilità giovanile per gli under 30 tra Regno Unito e Paesi europei. Ma il passaggio politicamente più rilevante è arrivato quando Starmer, interrogato sull’eventualità di un riavvicinamento al mercato unico e all’unione doganale, ha evitato una chiusura netta, limitandosi a dire di non voler “ricombattere le battaglie del passato”.
All’interno del governo britannico, secondo diversi osservatori, sarebbe in corso una riflessione più ampia sul rapporto con Bruxelles. Un cambio di linea che però rischia di alimentare nuove tensioni sia nel Labour sia nell’elettorato che aveva sostenuto l’uscita dall’Unione europea.
Starmer ha inoltre difeso le scelte compiute in politica estera, rivendicando la decisione di non intervenire nella guerra in Iran e insistendo sulla necessità di garantire stabilità in una fase internazionale definita “pericolosa”. Più volte ha evocato il caos che aveva travolto i governi conservatori dopo il referendum sulla Brexit, invitando i laburisti a non ripetere lo stesso schema.
I nomi per il dopo-Starmer
Mentre Downing Street tenta di contenere la crisi, nel Labour è già iniziata la corsa alla successione. Il nome più citato è quello del ministro della Sanità Wes Streeting, considerato uno dei comunicatori più efficaci del partito e tra gli artefici della vittoria elettorale del 2024. Streeting, esponente dell’ala moderata, paga però la vicinanza politica a Peter Mandelson, coinvolto nello scandalo Epstein che ha contribuito a indebolire Starmer.
Tra i favoriti compare anche Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester e figura popolare dell’ala sinistra laburista. Secondo i sondaggi YouGov, sarebbe l’unico dirigente capace di attrarre consensi anche fuori dal perimetro tradizionale del Labour. Il problema, per Burnham, è l’assenza di un seggio alla Camera dei Comuni, requisito indispensabile per guidare il governo britannico.
Resta sullo sfondo anche Angela Rayner, ex vicepremier e ministra dell’Edilizia abitativa, uscita però indebolita dalle dimissioni presentate nel 2025 dopo una controversia fiscale. La sua eventuale ascesa viene guardata con sospetto dall’ala moderata del partito, che teme uno spostamento troppo marcato a sinistra.
Accanto ai nomi principali circolano poi le candidature di figure considerate più concilianti, come il ministro della Difesa John Healey, il titolare delle Forze Armate Al Carns e il ministro dell’Ambiente Ed Miliband. Tra le possibili alternative femminili vengono citate Yvette Cooper, Shabana Mahmood e Catherine West. Per ora, nessuno ha ancora formalizzato una candidatura. Ma nel Labour la sensazione è che la fase finale della leadership Starmer sia ormai iniziata.
